| Omelia (25-10-2020) |
| padre Antonio Rungi |
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L'esame di Sacra Scrittura, sostenuto da Gesù Nei testi del vangelo di queste ultime domeniche troviamo continuamente Gesù sotto interrogatorio da parte di gruppi o di singole persone, al fine di conoscere il suo pensiero e soprattutto per scorgere in lui qualche falla di carattere religioso o politico per accusarlo. Questa domenica ci troviamo di fronte ad un altro brano del Vangelo di Matteo, in cui Gesù è interrogato da un dottore della legge. Siccome i farisei, avevano udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducèi, si riunirono insieme, per sottoporlo ad un esame di Sacra scrittura, possiamo dire, di quelli che normalmente, oggi, nelle facoltà teologiche si sostengono per arrivare ad una buona preparazione culturale e conoscitiva nel settore. Cosa successe allora che uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò, anche in questo caso per metterlo alla prova. E su che verte la domanda di verifica cognitiva da parte del dottore. Ecco il quesito posto: «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». Era noto a tutti gli israeliti il testo biblico che anche Gesù conosceva, se non altro era pure il Figlio di Dio, colui che aveva dettato queste norme già nella fase iniziale del cammino esodale di Israele verso la terra promessa. Infatti il testo si rifà al deuteronomio, 6-9, chiamato "Ascolta Israele". Gesù gli rispose subito e senza esitazione: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente". E Gesù commenta che questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello e consiste in questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Anche in questa aggiunta, Gesù chiosa con questa raccomandazione: "Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti». E' evidente che il testo del vangelo che viene posto alla nostra attenzione in questa XXX domenica del tempo ordinario ci riporta alla colonna portante di tutto l'insegnamento religioso dell'antico Israele e del nuovo popolo di Dio che Gesù viene a costituire su questa terra proprio con la sua nascita, vita, morte e risurrezione. Il linguaggio dell'amore non ammette cedimenti, perché parte da Dio, che è amore, si esplicita attraverso l'amore verso i fratelli e ritorna alla sorgente stessa da cui ha origine, prende consistenza e si manifesta ed esplicita per quel che davvero è. Le parole del Deuteronomio riprese da Gesù tracciano un preciso cammino di amore. Al Dio che ci ama di un amore eterno (cf. Ger 31,3), che ci ama per primo gratuitamente (cf. 1Gv 4,19), si risponde con un amore libero e pieno di gratitudine, che si radica nell'ascolto obbediente della sua Parola, fonte della fede. Fidarsi di Dio significa fidarsi del suo amore della sua capacità di amare, del suo essere amore (cf. 1Gv 4,8.16). Questo significa credere in Dio e dunque anche, inseparabilmente, amarlo. E Allora cosa significhi amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze. Che amore è mai questo verso un tu invisibile, "tre volte santo" (cf. Is 6,3), cioè altro, distinto da chi ama? Sant'Agostino ritiene che l'amore verso Dio da parte del credente è un amore di desiderio, un sentimento, una dinamica per cui il credente va alla ricerca dell'amore e dunque ama l'amore. Dio, quindi, è oggetto di amore da parte dell'essere umano, perché è il "tu" che con il suo amore preveniente desta l'amore del credente come risposta; l'amore per Dio può essere un amore più forte di quello nutrito per se stessi o per qualche altra persona. Non si tratta, tuttavia, di un amore accentratore ed esclusivo, non ingloba altri amori, ma è un amore appassionato, un amore in cui non c'è timore (cf. 1Gv 4,18). In breve, un amore che supera e da senso e significato a tutti gli altri amori. Parimenti, nella spiritualità cristiana è presente anche un'altra interpretazione dell'amore per Dio. È un amore di adesione; è un amore con cui il credente cerca di realizzare pienamente la volontà di Dio, cerca di vivere come vuole il suo Signore e così mostra di amarlo. Ci sono parole di Gesù anche a questo proposito: "Se mi amate, osserverete i miei comandamenti" (Gv 14,15); "se uno mi ama, osserverà la mia parola" (Gv 14,23). E ancora, nella Prima lettera di Giovanni: "Questo è l'amore di Dio, osservare i suoi comandamenti" (1Gv 5,3). In questa seconda prospettiva, l'accento cade quindi sull'amore del prossimo comandato da Dio: realizzare questo comando, sintesi di tutta la Legge e i Profeti (cf. Rm 13,10; Gal 5,14), significa amare Dio. Dunque amare Dio è innanzitutto amare l'altro come Dio lo ama, perché - come ha chiarito una volta per tutte il discepolo amato - "chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede" (1Gv 4,20). È in questo senso che possiamo comprendere la decisiva innovazione compiuta da Gesù, il quale accosta il comandamento dell'amore per Dio a quello dell'amore per il prossimo: "Amerai il prossimo tuo come te stesso" (Lv 19,18). L'innovazione consiste per l'appunto nell'abbinamento di questi due passi della Torah, dato senza paralleli. Non a caso nella versione di Matteo, il testo che abbiamo ascoltato, il secondo comandamento è definito simile al primo (cf. Mt 22,39), mentre l'evangelista Luca li unisce addirittura in un solo grande comandamento: "Amerai il Signore Dio tuo... e il prossimo tuo" (Lc 10,27). In altre parole, se è vero che ogni essere umano è creato da Dio a sua immagine (cf. Gen 1,26-27), non è possibile pretendere di amare Dio e, contemporaneamente, disprezzare la sua immagine sulla terra: ecco la profonda unificazione del pensare, parlare e agire alla quale Gesù invita. Una comprensione riassuntiva delle sante Scritture porta dunque Gesù - il cui parere è condiviso dal suo interlocutore - ad affermare che l'uomo compiuto, l'uomo "non lontano dal regno di Dio" è colui che, amando Dio con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze sa amare il prossimo come se stesso. E il prossimo è colui al quale ci facciamo prossimi, vicini, come Gesù ha affermato a commento della parabola del samaritano (cf. Lc 10,36-37). L'amore concreto e quotidiano per i fratelli e le sorelle è il segno da cui si riconoscono i discepoli di Gesù Cristo, i cristiani, come ha indicato una volta per tutte Gesù stesso: "Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).
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