| Omelia (18-09-2005) |
| don Luciano Sanvito |
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Evocando alcuni spiriti... Che fummo noi, se non dei ripagati in meglio in questo lavorar nella vigna? Uno a ciascuno venne dato in paga, ossia la pienezza, il tutto quanto ci bastò. Ma perché in questo mirabile disegno non scorgemmo allora la bontà del suo progetto? E perché non distinguemmo nel nostro Padrone lo specchio al quale ripigliare la nostra serenità in declino? E in quella fatica, perché non capivamo il gran valor del vero? "Lavorare" allora per noi, come per voi oggi, suonò alquanto male; al suon della fatica e del sudore misurammo le nostre preci, le nostre parole, i pensieri e i fatti della nostra vita. E dal pesar così la vita ecco che essa si mutò in morte dell'animo, in non goder dei frutti, o meglio ancor, del frutto che in quel mentre ci era dato: il partorir noi stessi a rinnovata e rinnovante vita. Fu sol del giorno appresso che il rivelar si volse al beneficio d'opera e di intelletto per chi vi ritornò. Vi fu rinnovamento di gioia e di tormento. Di gioia nel rivedersi accanto ancor possibilità impensate, e di tormento per non averle prima subito accolte e approssimate. La vigna è bella cosa, ma costa sacrificio: a questo si è condotti in vero beneficio. E il ricavar potemmo aiutati dal Padrone a ritrovar noi stessi pian piano in occasione di quell'ardita strada in mezzo alla fatica che, ripida e in salita, si reca a rinnovata vita. Noi siamo nella vita, noi siamo nella vite, noi siamo nella vigna che adesso coltivate: non perder l'occasione, tu che ascolti in attenzione: nel qui e presente compito è racchiuso il gran valore. Lavora attentamente e osserva internamente: racchiuso in te il Padrone ti chiede a invocazione di essere seguito nel compito più ardito: insieme a noi ridare alla sua vigna amore, per farla rinverdire e al frutto suo ammirare, e richiamar la voglia che già percorre il tempo da quando la iniziò con l'uomo già in tormento. Tormento che come allor tu hai: "Che verità mi dai"? |