Omelia (19-07-2020)
don Luca Garbinetto
Innestare il bene anche nel male

Nell'ascoltare la parabola del grano e della zizzania raccontata da Gesù, si potrebbe tirare impropriamente una conclusione, che peraltro non è stata estranea alle interpretazioni date nei secoli anche da illustri uomini di religione. Potremmo pensare che il mondo è fatto in bianco e nero, che l'umanità è divisa in buoni e cattivi, e che tutto questo è scritto da sempre, proprio da Colui che il mondo e l'umanità li ha creati. Tanto più se si legge la spiegazione che Gesù dà ai suoi discepoli, rispondendo alla loro richiesta di chiarimenti. Se il buon seme "sono i figli del Regno" e "la zizzania sono i figli del Maligno", è chiaro che la vita si caratterizza come uno schieramento. Si tratterebbe allora di scegliere da che parte stare; meglio ancora, poiché il seminatore "è il Figlio dell'uomo" e il diavolo è colui che ha sparso la zizzania, allora è già scritto, e non dipende da noi determinare chi stia da una parte o dall'altra.
Un inno al determinismo, insomma, che dà autorizzazione a qualcuno di descrivere e chissà organizzare il mondo a partire da questa conformazione fatta di poli opposti, già voluti da un Dio che diviene più simile al ‘motore immobile' aristotelico, piuttosto che al Padre amorevole di Gesù.
Su una cosa concordiamo: tra bene e male, c'è da fare una scelta. Ognuno di noi, però, può e deve farla liberamente. Per nessuno ‘è già tutto scritto'!
Dove sta l'inghippo? Lo abbiamo espresso altre volte, qui lo ribadiamo: ogni parabola va letta a partire dalla chiave di lettura, perché il genere letterario è particolare e per nulla evidente. E la chiave di lettura sta nell'intenzione di chi la racconta. In questo caso, Gesù si pone il problema di schiarire le idee proprio a coloro che, sentendosi già a posto, cioè grano buono, puntano il dito verso quanti invece loro considerano sbagliati.
In altre parole, Gesù invita ad avere uno sguardo se non altro prudente, o meglio sapiente verso la realtà. La prospettiva del Regno di Dio è quella di una finezza di vedute, che sanno riconoscere il mescolarsi di bene e male nel mondo, poiché ciò che il Signore ha seminato nel campo della vita può stare anche intrecciato (a volte persino ingarbugliato) con quanto invece è sparso dal Maligno. Non esiste nella storia una netta divisione tra il buono e il cattivo, tra il sacro e il profano, tra il puro e l'impuro (per usare termini cari alla Sacra Scrittura). Gesù ci pone in guardia dalla diffusa tentazione di spartire l'esistente a seconda dei gusti o degli interessi personali, o comunque dall'atteggiamento più che mai seducente di arroccarsi in spazi e gruppi di riferimento che delimitano confini e innalzano recinti di separazione verso quanti non sono considerati degni di stare dentro.
È il rischio di una Chiesa sulla difensiva, di una comunità cristiana alla ricerca di fantomatici ‘perfetti', di una comprensione della fede come ambiente riservato ai privilegiati e prediletti, integri e per questo abilitati a giudicare i deboli e i peccatori. La classica denominazione di ‘vicini' e ‘lontani' con cui comunemente definiamo i destinatari di una normale prassi pastorale parrocchiale è espressione di quella mentalità separatista che Gesù vuole scardinare con questa parabola.
Ci aiuta a farlo la considerazione delle altre due piccole parabole, che si trovano tra il racconto del grano e la zizzania e la spiegazione che Gesù fa della stessa. Le parabole, infatti, si illuminano a vicenda, perché sollevano suggestioni e suggeriscono intuizioni. L'oggetto da descrivere è il Regno di Dio, ma il Regno sfugge a ogni definizione. Di esso Gesù dice che è come un granello di senape, che, piccolo, diventa grande, e soprattutto accogliente per ogni tipo di uccello; e dice che è come il lievito nella massa, il che indica appunto la mescolanza con la storia e l'effetto generativo che esso ha su ogni uomo.
Così dunque possiamo ricordare che, in un medesimo terreno, grano e zizzania, accostati fra loro, si influenzano pure a vicenda. Nel campo, la seconda tende a succhiare nutrimento destinato al primo, rallentandone la crescita. Nel Regno, chissà, potrebbe accadere invece il contrario: che il seme buono, cioè, anziché preoccuparsi solo di attingere luce e acqua per sé, si protenda a contagiare la zizzania di linfa di benevolenza. È un'immagine, certo un po' creativa. Ma così come esistono in natura le piante parassite, perché non pensare che, nelle vicende dell'uomo, al quale è destinato il dono del Regno, possa esistere un innesto di bontà?
Così accade, infatti, per noi. Anche se nel nostro cuore, che è orticello privilegiato del campo del mondo, sono stati seminati sia il grano sia la zizzania, abbiamo la libertà di accogliere il dono di un innesto. Con il battesimo, siamo divenuti pianticelle inserite nel tronco di Cristo, siamo germi rinnovati dal seme che muore e dà la vita, siamo tralci della vite che salva. Con tale infusione di grazia, sarà allora la bontà a prevalere sui rivoli di male e di cattiveria che scorrono nelle nostre vene.
E innestati nel seme buono per eccellenza, possiamo spenderci anche noi a contribuire affinché questo nostro mondo, destinato a divenire giardino del Regno, ne rispecchi un po' di più la fioritura e la fragranza. Senza perdere tempo inutile a cercare di edificare ringhiere e muri di separazione tra buoni e cattivi, che tanto - si sa - la gramigna cresce persino tra gli anfratti delle pietre e dei sassi.