Omelia (12-07-2020)
Missionari della Via


Ci introduce al Vangelo di questa domenica la prima lettura del profeta Isaia che parla della Parola che Dio manda e che non torna indietro senza aver prima fecondato la terra: «non ritornerà a me senza effetto». Questo testo che parla dell'efficacia della Parola sembra contrastare con il testo del Vangelo dove spesso la Parola seminata non porta frutto. La parabola del seminatore ci parla innanzitutto di un grande problema che abbiamo: l'incapacità di saper ascoltare fino in fondo: «Colui che stima il suo tempo troppo prezioso per poterlo perdere ad ascoltare gli altri, in realtà non avrà mai tempo né per Dio né per il prossimo; ne avrà soltanto per se stesso e per le proprie idee» (Dietrich Bonhoeffer). Per questo il primo terreno, cioè il primo cuore parla di una parola ascoltata ma non compresa e per questo subito rubata dal maligno. Questo accade quando l'uomo mette la sua capacità di comprendere come assoluto, quasi a dire che uno si salva solo attraverso le cose che capisce. No, non è vero, Dio mi può salvare anche attraverso cose che non capisco. Uno si danna spesso la vita, il cuore, perché non ha accettato di andare oltre a quello che capiva (cfr F. Rosini).

Dopo averci introdotto sull'importanza di saper ascoltare, Gesù usa questa parabola del seminatore dicendoci come per Dio l'importante, innanzitutto, è seminare. «Abbondantemente e gratuitamente. Ecco il dono del Regno: un'abbondanza di semina... Dio non si stanca di seminare la sua Parola nei terreni del mondo, nei cuori degli uomini» (Ermes Ronchi).

I terreni sono i cuori delle persone, cuori feriti dalle esperienze del passato, disillusi, cuori che portano dentro dubbi e paure, ma anche speranze e attese. Ogni terreno, cioè ogni cuore di ogni tipo accoglie il seme a modo suo. Il Vangelo non è riservato ai campi senza difetto, ma a tutti i campi. Per questo la Parola di Dio cade su qualsiasi tipo di terreno, svelando ciò che vi si trova.

Il seme svela il terreno sassoso, cioè quel cuore sassoso che non ha in sé radici. Cioè, uno accoglie con l'entusiasmo di un momento la Parola, ma non la fa radicare. Occorre invece farsi permeare dalla Parola, rimanere nella Parola, non fruitori veloci di tanti momenti spirituali di ogni tipo e di ogni genere: viaggi, pellegrinaggi in luoghi di presunte apparizioni, ma poi al ritorno tutto muore. Facciamo, facciamo tante cose e alla fine non ne facciamo alcuna. Invece occorre fare poco ma farlo bene e fino in fondo. Quindi il seme muore perché non ci siamo lasciati prendere fino alla radice e si spreca la grazia perché non si è dato abbastanza spazio (cfr F. Rosini).

Il seme svela il terreno pieno di spine: piaceri, ricchezze, preoccupazioni del mondo. Si vuol mettere insieme ciò che Dio ci vuole dare con altre sorgenti di sapienza. Vogliamo far coincidere la volontà di Dio con la comodità del mondo; Dio e la gloria, la ricchezza e gli affanni di questo mondo. Ma questo non è possibile, questo lo dobbiamo riconoscere. Tante volte abbiamo sprecato la grazia per far convivere il suo amore con altre cose che non c'entrano niente. E così anche qui il seme viene soffocato.
Il seme svela il terreno buono, cioè il cuore che sa accogliere la Parola di Dio perché ha compreso che è la Parola che salva; cuore che ha compreso che la Parola di Dio è più importante del pane; cuore che ha compreso che senza la Parola che feconda, egli rimane arido, sterile e non porta nessun frutto.

«Ecco, il seme è dono perché mostra il terreno a se stesso, e allo stesso tempo lo mette in condizione di dare tutto quello che può dare. Senza chiedere di più, e senza chiedere di meno. Ecco la bellezza del nostro Seminatore preferito. Dio non attende di verificare l'idoneità della persona per donare la sua Parola senza misura. Dio si dona. Chi lo riceve e lo accoglie nelle pieghe della propria vita vede scaturire in sé un processo nuovo di cambiamento e di crescita» (Ermes Ronchi).