| Omelia (12-07-2020) |
| don Giacomo Falco Brini |
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Prima di capire c'è il guarire Gesù esce di casa e si trova attorno una folla pronta ad ascoltarlo. Ma lo ascolteranno? O sono molti altri i motivi di quella numerosa presenza? Bisogna ricorrere a qualcosa che amplifichi la sua voce. Non ci sono ancora microfoni ed amplificatori. Seduto su una barca, può raggiungere meglio la gente assiepata sulla spiaggia. Gesù racconta una parabola che parla di seme e di terreni. Alla fine della narrazione i discepoli sembrano perplessi: Signore, ma qui siamo al mare e tu parli di terreni e di semi? Ma perché parli così? Perché parli con questi racconti? (Mt 13,10) E Gesù sconcerta ancor di più i discepoli: a loro parlo così, perché a voi è dato di conoscere i misteri che mi riguardano, mentre a loro non è dato (Mt 13,11). Che poi, più o meno, significa: a voi mi faccio conoscere, a loro no. Cos'è questo linguaggio? I conti non tornano: il vangelo non ci rivela un Dio che ama sempre e vuol farsi conoscere a tutti? Non è tutto. Infatti a colui che ha, verrà dato e sarà nell'abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha (Mt 13,12). Parole ancora più enigmatiche. Significa forse che se hai qualcosa da offrire il Signore ti premia, mentre se non gli offri niente ci toglie anche quello che gli potremmo offrire? C'è chi è pronto a scommetterci. Nel mio ministero trovo ancora persone che credono di essere accolte da Dio solo se hanno qualcosa da dargli, cioè se lo meritano; oppure, trovo tanti cristiani convinti che la comunità dei discepoli (chiesa) debba essere una ristretta cerchia di persone virtuose, "degne" di Dio, mentre tutti gli altri devono starsene alla larga. O forse le parole di Gesù sono comprensibilissime, ma suonano enigmatiche a chi non vuole comprendere, a chi non si trova nelle adeguate disposizioni davanti a Lui? Dio parla. Questo il tema dominante di questa domenica n.15 del tempo ordinario. E se parla, lo fa certamente per comunicare con l'uomo, lo fa certamente per comunicargli vita. La sua parola è sempre creatrice, è sempre principio di vita (cfr. Is 55,10-11). Le parole che vi dico sono Spirito e vita (Gv 6,63) - disse Gesù a un gruppo di discepoli che sembrava lo ascoltasse, ma che in realtà non gli credeva e poi lo avrebbe lasciato. Qui sta l'inghippo. Gesù ricorda ai suoi che si compie una profezia di Isaia. Profezia che spiega il perché del "a voi sì, a loro no": c'è in mezzo al popolo un problema nel profondo del cuore. C'è un'insensibilità che non permette di comunicare con Dio (Mt 13,15). Del resto, non abbiamo sentito domenica scorsa il Signore esultare mentre loda il Padre che nasconde queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le rivela ai piccoli? (Mt 11,25) I misteri di Dio diventano comprensibili solo a chi, facendosi piccolo, si avvicina con semplicità a Gesù rispondendo al suo invito: venite a me, voi tutti che siete stanchi ed oppressi. Non ci va per dirgli cosa deve dire, cosa deve fare o cosa deve dimostrargli. I suoi misteri si rivelano solo a chi si apre prima di tutto allo stupore che genera Gesù, mettendo da parte la propria scienza, le proprie capacità, le proprie idee o progetti. Qui c'è già tutta la contrapposizione tra il "loro" della folla e il "voi" dei discepoli, tra chi vede e chi non vede, tra chi ascolta e chi non ascolta, tra chi si avvicina a Gesù e chi invece non si avvicina. Tra chi gli apre il cuore per farsi guarire e chi glielo chiude per paura di quello che potrebbe scoprire: come può conoscere il medico chi non è convinto di essere infermo e di avere bisogno di lui? È un po' come succede talvolta a noi preti. C'è chi, affrontando paure o vergogne, apre fiduciosamente il proprio cuore, e c'è chi invece non si fida per tanti motivi. Allora spesso ascoltiamo infiniti ragionamenti e tanto sapere "religioso", ma senza che si vada al "dunque" della propria situazione interiore. Alla fine si rispetta la persona nella sua libertà, solo che Dio non opererà niente e non certo perché non lo voglia. C'è però chi vive la beatitudine di guardare stupito a Gesù con cuore aperto, sempre disposto a riconoscere le proprie infermità per chiederne la guarigione (Mt 13,16-17): costui è dentro il "voi" dei suoi discepoli. Dunque non è il Signore a tenere dentro la sua conoscenza alcuni e a lasciarne fuori altri. Siamo noi che ci introduciamo o ci escludiamo dalla comprensione delle sue parole. E non è un caso l'evangelista Matteo pone questo brano "diagnostico" tra la parabola del seminatore e la sua spiegazione ai discepoli. Questo testo infatti ci indica il passaggio che dobbiamo vivere affinché le parole di Gesù non rimangano un enigma e possano giungere a noi come luce: bisogna prima avvicinarsi e aprirgli il cuore, disposti a riconoscere le proprie durezze. Come dire: gli occhi dei discepoli cominciano a vedere quando scoprono di essere ciechi, le loro orecchie cominciano a udire quando avvertono la propria sordità, il loro cuore comincia a capire quando sente le sue resistenze alla Parola di Dio. Sempre che la lasciamo lavorare dentro di noi giorno dopo giorno. |