Commento su Ez 37,12-14; Sal 129; Rm 8,8-11; Gv 11,1-45
Siamo quasi al termine del lungo periodo quaresimale di "conversione", nel senso figurato di una nostra "resurrezione" a tempo e nel tempo.
Gli spunti della parola di questa domenica sono tanti, ma vorrei soffermarmi su alcuni particolari del vangelo giovanneo, ossia: La resurrezione di Lazzaro è il segno predittore della morte e resurrezione di Cristo. Nessuno dei racconti precedenti occupa tanto spazio: ben 54 versetti, contro i 12 per le nozze di Caana e 41 per la guarigione del cieco nato. Ma soprattutto ciò che rappresenta nella trama evangelica l'evento con tutta la sua "umanità carnale ed emozionale" di Cristo.
Inoltre questo evento diventa lo spartiacque tra la prima parte del vangelo giovanneo, detto dei "segni", e la seconda parte, detta "dell'ora", perché da quest'ultima inizia il cammino di avvicinamento di Cristo a Gerusalemme, per il suo supremo sacrificio d'amore del "figlio dell'Uomo" per la salvezza dell'uomo, con la sua crocifissione, il cui primo passo è la decisione dei capi del Sinedrio di mettere a morte Gesù dopo la resurrezione di Lazzaro.
"...si commosse profondamente e molto turbato... scoppiò in pianto... gridò a gran voce..." sono atteggiamenti interiori ed esteriori che Cristo pone in essere più di una volta nelle sue guarigioni, ma mai così drammaticamente come nel caso di Lazzaro.
Nel caso del pianto questo passaggio è l'unico in tutto il vangelo giovanneo, e per ritrovarlo dobbiamo leggere Luca 19,41 quando guardando Gerusalemme "pianse su di essa" (fece lamento su di essa), mentre nel testo di Giovanni si dovrebbe tradurre "versò lacrime, ossia pianse a dirotto". Le lacrime di Cristo non sono espressione di impotenza di fronte al dolore, ma "potenza di amore: è il pianto di Dio per l'uomo che Egli ama".
L'altro elemento è quel "gridò a gran voce Lazzaro vieni fuori". Il "gridò" dovrebbe essere meglio interpretato in "urlò", vedi il verbo greco "kraugazein", verbo che ricorre solo otto volte in tutta la Bibbia greca, ma ben sei volte nel vangelo di Giovanni, nei capitoli 18 e 19, di cui quattro volte per le grida della folla di crocifiggere il Cristo. Bellissimo il contrasto che offre questo urlare utilizzato quattro volte per dare la morte da parte della folla, una volta per dare la vita da parte di Cristo. Quando leggo questi passi evangelici mi sovviene alla mente il famoso quadro di Edvard Munch...solo che questo è un grido muto d'angoscia, mentre quello di Cristo è un urlo che vuole schiacciare la morte per dare la vita...bella differenza, no?
Infine il v. 44 "Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: "Liberatelo e lasciatelo andare." Questo passaggio lo trovo come splendida metafora di quello che più umano non può essere, ossia possiamo uscire dalle situazioni più drammatiche, arrivare alla soglia tra la vita e la morte, salvarci per un capello come si usa dire, ma poi continuare ad essere "legati mani e piedi" dalle bende delle nostre consuetudini tornacontiste, dei nostri punti di vista, delle nostre incapacità di aprire gli occhi sull'altro, sulla coppia, sulla famiglia, sulla società...e aspettare che sia qualcun altro a slegarci.
Quando Cristo dice "Liberatelo e lasciatelo andare", sta dicendo che senza l'aiuto di qualcuno il morto risorto, l'uomo nuovo, non potrà mai liberarsi dai suoi legacci, dalle sue bende. E' come dire aiutatelo a vivere una nuova vita lasciandolo andare, ossia lasciatelo venire a me. E Cristo è la nostra liberazione, ma a una sola condizione: che ci si metta alla sua sequela, senza voltare il capo indietro, convertendoci alla sua Parola, e amando Dio e il prossimo come riusciamo ad amare noi stessi".
Domanda
- Alla fine di questa Quaresima, come è il mio essere da credente: quello di Lazzaro ancora legato con bende e sudario o quello di Lazzaro liberato e capace di andare...verso Cristo salvatore?
Mariagrazia e Claudio Righi di Pisa
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