| Omelia (26-04-2020) |
| padre Antonio Rungi |
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Emmaus. La strada della risurrezione e il villaggio del Risorto Emmaus è il noto villaggio che conosciamo attraverso i testi del Vangelo, in particolare quello di Luca che oggi ci accompagna nella nostra riflessione. Nel Vangelo di Luca un discepolo di Gesù di nome Cleopa racconta quello che accadde in quel tragitto sulla via di Emmaus. Come apparve loro Gesù e come lo riconobbero nello spezzare il pane. Possiamo capire benissimo, in questo testo del Vangelo, tipicamente pasquale, il senso e la portata universale del messaggio che ci viene dalla celebrazione della Pasqua cristiana. Gesù appare ed istruisce i due discepoli: e qui è il valore dell'ascolto della parola di Dio, Gesù suscita nel cuore dei discepoli una gioia intensa ed un ardore fuori del comune: e qui troviamo i motivi della gioia pasquale. Gesù fa finta di andare oltre, ormai quando si era fatto buio ed invece accetta l'invito dei due e resta con loro alla sera per la cena. E qui c'è il chiaro rifermento all'ultima cena, che Gesù aveva celebrato con gli apostoli nel giovedì prima della sua passione e morte in croce. E proprio durante quella nuova cena nel villaggio di Emmaus, Gesù ripete gli stessi gesti del cenacolo: prega, spezza il pane e si fa riconoscere in quel momento, per chi era effettivamente quello straniero che si era aggregato ai due discepoli lungo la via che portava ad Emmaus. Cosicché, Emmaus diviene la via della risurrezione, il villaggio di Risorto. Questo racconto della nuova apparizione di Gesù risorto alla chiesa, ormai in cammino per le strade della Palestina e del mondo, potrebbe ridursi ad un fatto di cronaca, ad una registrazione di quante apparizioni del risorto ci sono stati nei 40 giorni dopo la Pasqua del Signore, fino alla sua ascensione al cielo. Ma non è esattamente così. Non è soltanto una nota informativa, ma un testo biblico ed evangelico che si caratterizza per alcuni importanti messaggi pasquali che vanno accolti e vissuti nella chiesa di oggi, specialmente in questo difficile momento che sta attraversando a causa dell'epidemia da coronavirus, durante la quale i fedeli non possono accostarsi all'eucaristia per questioni sanitarie e per proibizioni mediche e politiche varie, perché non si può uscire ed andare liberamente in chiesa. Ebbene di fronte a questa emergenza ci sono di conforto le parole del Vangelo di questa terza domenica di Pasqua che ci prende per mano, come ha fatto Gesù con i discepoli di Emmaus, e ci porta con se sulla via della rinascita, della gioia, della speranza e ci indica anche un luogo ben preciso dove poterlo riconoscere: quell'eucaristia che è tutta la nostra vita di discepoli di Cristo, risorti, come siamo, a vita nuova mediante il battesimo. Noi oggi come i discepoli di Emmaus cu siamo fermati, anzi ci hanno bloccati in casa, ed sul nostro volto c'è la tristezza, in quanto non sembrano diradarsi le tenebre di questo tempo. Poi ascoltiamo la parola di Dio, seguiamo ciò che il Divino Maestro ci dice, mediante un'appropriata catechesi che Egli continua a farci tramite il Papa, i Vescovi, i sacerdoti e tante anime sante, e riprendiamo il cammino pasquale di risurrezione, di vita e di speranza cristiana. La tristezza fa spazio così all'ardore del cuore, ai movimenti spirituali più veri ed autentici di persone che sono davvero risorte con il Cristo risorto. Dopo questa esperienza, come i discepoli di Emmaus, dobbiamo aprire gli occhi e sapere discernere i segni dei tempi che sono segni di morte, ma soprattutto di vita e di risurrezione, I due discepoli, infatti, tornarono a Gerusalemme, cioè tornarono alla Chiesa, a Pietro, al gruppo degli apostoli per ripartire da lì, per non essere schegge autonome di detentori di visioni e privilegi, ma di condivisione dell'esperienza del risorto da vivere insieme alla comunità dei credenti. La Pasqua non è solitudine, non è distanziamento sociale, non è preoccupazione esclusiva della salute pubblica e nazionale, la pasqua per il cristiano e camminare, anche stando fermi e bloccati, è speranza, anche quando la prospettiva sembra ben definita, è credere, oltre ogni facile promessa della scienza e della politica, è amare, oltre ogni virus mortale di egoismo e di indifferenza e distanziamento strategico per non infettarsi di virus ulteriori di differenziazione e di emarginazione. La nostra Pasqua in tempo di epidemia, la prima che stiamo vivendo così assurdamente, non è fermarsi con il volto triste pensando che non sarà più come prima la nostra vita, ma pensarla migliore, perché a renderla migliore è il nostro cuore e non la libertà di muoversi, il donare più che l'avere, è il sacrificarsi più che conservarsi immuni da ogni pericolo virale senza dare nulla agli altri. I discepoli di Emmaus sono il prototipo del prima e del dopo di chi ha più o meno incontrato Cristo anche in questa Pasqua 2020 segnata dall'epidemia. Ricordiamo quello che ci è detto nel brano del Vangelo: "Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l'un l'altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?». Facciamo ardere il nostro cuore per amore e attingiamo questo amore dal Cristo Risorto e non solo dal Cristo Crocifisso e morto in croce.
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