Omelia (05-04-2020)
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COMMENTO ALLE LETTURE
Commento a cura di padre Alvise Bellinato

Oggi celebriamo l'ingresso trionfale di Cristo a Gerusalemme, il punto culminante del suo ministero terreno.
La liturgia suscita alcuni sentimenti contrastanti.
All'inizio, essa è piena di palme e bellissime decorazioni, insieme ai canti: "Osanna al figlio di David". Anche se quest'anno, a causa del Coronavirus, non possiamo muoverci insieme in processione verso la chiesa, con le fronde delle palme che sventolano gloriosamente nell'aria, ricordandoci la maestosa euforia con cui Gesù entrò a Gerusalemme, tuttavia possiamo sentire che questo è un momento di gioia.
Nel seguito della liturgia, invece, con l'annuncio della passione di nostro Signore, l'aria diventa cupa e piena di apprensione, mentre ascoltiamo gli eventi drammatici che hanno portato alla crocifissione di Gesù.
Viviamo due sentimenti contrastanti.
Perché l'ingresso a Gerusalemme?
Nell'intera Scrittura, Gerusalemme è raffigurata come una città che suscita sentimenti contrastanti.
Essa è come un paradossale palcoscenico centrale della vita ebraica.
Eb 7,2 spiega che il significato della seconda parte del nome Gerusalemme, che in ebraico è "shalaim", significa "Pace". Però la desinenza di questo nome pare duale (-àim), il che ci porterebbe a dare a questa pace un significato ambiguo.
Gerusalemme è la città della pace, ma è sempre in guerra.
Da un lato essa è la città di Dio (il culto ebraico e i riti religiosi ruotano attorno a Gerusalemme), dall'altro essa non è stata un luogo piacevole per i profeti di Israele perché la maggior parte di loro ha incontrato il martirio in essa.
Anche Gesù ha incontrato la morte in essa.
Egli sapeva che Gerusalemme era un punto di non ritorno per i profeti, eppure era determinato a recarvisi per adempiere alla sua missione, come predetto dalla Scrittura e come lui stesso aveva predetto: "Bisogna che io cammini oggi, domani e dopodomani, perché non può essere che un profeta muoia fuori di Gerusalemme" (Lc 13, 33).
La determinazione di Gesù nell'entrare a Gerusalemme e affrontare la morte senza resistenza era stata predetta nella prima lettura dalla profezia di Isaia che recita: " Ho presentato il mio dorso a chi mi percuoteva, e le mie guance a chi mi strappava la barba; non ho nascosto il mio volto agli insulti e agli sputi (Is 50, 6).
Il brano ha descritto il Messia come uno che non si è voltato indietro o ha ceduto. Si legge: "Ho reso la mia faccia dura come la pietra" (Is 50, 7).
San Luca, nel versetto che è considerato il punto di svolta del suo Vangelo, dice che Gesù "fece la faccia dura verso Gerusalemme" (Lc 9,51) per completare la sua missione principale, la salvezza dell'uomo. E questo nonostante le distrazioni della folla, delle autorità (Caifa, Pilato, Erode) e dei suoi amici intimi, gli apostoli.
"Mentre si avvicinava il tempo in cui sarebbe stato tolto dal mondo, Gesù si mise risolutamente in cammino per andare a Gerusalemme" (Lc 9, 51, nella traduzione Nuova Riveduta).
Tutti noi abbiamo una missione, stabilita da Dio per noi, da realizzare sulla terra.
Questa missione, qualunque essa sia, è fortemente collegata al nostro obiettivo finale, la Gerusalemme celeste.
Tuttavia, ci sono anche per noi tante distrazioni, prove e tribolazioni, strade dolorose, veri nemici e falsi amici con cui dobbiamo combattere prima di poter raggiungere il nostro traguardo.
Se non siamo forti e fermi come Gesù Cristo, possiamo cadere lungo la strada.
D'altra parte non c'è nessuno che possa dire di essere arrivato con successo al traguardo, senza essere caduto almeno una volta.
Gesù cadde tre volte sulla strada rocciosa verso il Calvario, ma non rimase mai a terra.
Cadere è normale, ma rimanere a terra no.
La liturgia odierna ci dice che non dobbiamo avere paura di cadere. Ci invita ad alzarci perché le mani di nostro Signore sono pronte a sollevarci di nuovo se siamo pronti a continuare il viaggio.
Due cose hanno aiutato Gesù a rimanere forte fino alla fine.
Una è l'umiltà e l'altra è lo svuotamento di sé (kenosis in greco).
Per gli ebrei e i romani queste due cose erano di cattivo auspicio e segni di debolezza.
Eppure Gesù ha trovato forza in esse.
San Paolo nella seconda lettura ci ha esortato: "Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma svuotò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce" (Fil 2, 5-8).
Pertanto, la celebrazione odierna ci dice che per completare la nostra missione di cristiani sulla terra dobbiamo essere umili e non fare nulla per interesse egoistico.
Vogliamo anche riflettere su un ultimo aspetto importante.
Cristo non è morto per rimanere nella tomba per sempre. Morì per risorgere nella gloria.
Colui che ha imparato a vincere attraverso la sofferenza non ci abbandonerà nei nostri tempi di sofferenza, come afferma il profeta nella prima lettura: " Ma il Signore, Dio, mi ha soccorso;
perciò non sono stato abbattuto; perciò ho reso la mia faccia dura come la pietra e so che non sarò deluso" (Is 50, 7).
Possa Dio aiutarci a superare le distrazioni sulla nostra strada in modo che un giorno lo incontreremo nella Gerusalemme celeste.