Omelia (05-04-2020)
diac. Vito Calella
Andare oltre la cronaca del fatto

Siamo così abituati ad essere incollati alle immagini che documentano fatti di cronaca da non essere più allenati ad andare oltre l'apparenza del nostro sguardo sensibile, vedente, ascoltante, accogliente. La cronaca del covid-19 è la "passione" umanitaria della nostra quotidianità e si accosta all'ascolto e al nostro immaginare la passione e morte di Gesù di Nazaret, già consumata più di duemila anni fa.
Il racconto di Matteo ci invita ad andare oltre la cronaca del fatto avvenuto.
Non serve a nulla recepirlo come tale.
Andiamo oltre all'incalzare di quel verbo «consegnare», più volte ripetuto nella scena dell'accordo delle «trenta monete d'argento» tra Giuda e le autorità religiose giudaiche.
Andiamo oltre rimanendo in silenzio di fronte alla consegna volontaria di Gesù unito al Padre nello Spirito Santo, nell'orto del Getsemani. Si perché quella resa fu un atto compiuto in comunione, comunione sofferta, messa in dubbio dalla tentazione più terribile, ma non infranta nemmeno quando Gesù veniva deriso da alcuni sommi sacerdoti, scribi ed anziani, mentre lui era inchiodato, impotente, sul patibolo della croce: «Ha confidato in Dio; lo liberi lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: "Sono Figlio di Dio!"».
Andiamo oltre il dramma solitario di Giuda, perché la domanda «Sono forse io?» ci accomuna tutti, ciascuno con la responsabilità dell'esercizio della sua libertà: «Essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: "Sono forse io?"» Uno per uno è interpellato, di fronte a Gesù che si consegna nel pane e nel vino offerti come suo corpo e suo sangue: «Sono forse io?» Che rapporto c'è tra la consegna di Gesù unito al Padre nello Spirito Santo per me per l'umanità intera, e le mie "consegne" di Lui?
Andiamo oltre l'atto dell'andare armati di spada, pronti a reagire istintivamente contro qualsiasi altro, con tutta la potenza della nostra aggressività, quando siamo perseguitati a causa del nome di Gesù e della giustizia del suo Regno di amore gratuito. Siamo come uno di quelli che andavano con Gesù, di cui Matteo non riferisce il nome. Nonostante il nostro lungo camminare con Lui, ci accompagna ancora un bisogno di sicurezza che non ci fa ospitare l'altro incondizionatamente, ma ce lo rende nemico, ogni volta che la pensa diversamente da noi, anche in materia fede. Perché non riusciamo ancora a far tacere le armi, soprattutto la spada della nostra lingua, che ferisce così facilmente l'orecchio del nostro prossimo? Perché il dramma condiviso della nostra fragilità e vulnerabilità non ci rende ancora più uniti nella carità, invece che divisi da guerre?
Andiamo oltre l'atto del lavare le mani di Pilato, influenzato dal sogno della consorte, perché lì ci sta l'arma della nostra indifferenza verso il sangue innocente di tutti i crocifissi della storia di oggi. Prima del racconto della passione rimaniamo estasiati dalle due unzioni di Betania, quella della donna che, nella casa del lebbroso Simone, versò un vaso di olio profumato sul capo di Gesù (Mt 26,6-12 // Mc 14,3-9); e quella di Maria, sorella di Lazzaro, che lavò i piedi di Gesù con lo stesso olio prezioso e costoso di nardo (Gv 12,1-8). Fa contrasto il lavarsi le mani con acqua, di Pilato di fronte a Gesù, quasi a non voler contaminarsi come stiamo facendo frequentemente ogni giorno, con chi ci vive accanto, e l'imbrattarsi di olio per toccare, cospargere, baciare il primo degli ultimi di questo mondo: Gesù morto per la nostra salvezza. Se i poveri li avremo sempre in mezzo a noi, essi non sono semplicemente «i poveri» da aiutare, ma sono Gesù stesso da incontrare, ancora oggi ferito e crocifisso nel dramma della loro sofferenza. Andiamo oltre il lavarci le mani con l'indifferenza e scegliamo lo sperpero del nostro amore con il meglio che abbiamo e che siamo per stare con Gesù nel povero!
Andiamo oltre il fatto raccapricciante di un uomo morto crocifisso.
C'è un susseguirsi di eventi descritti tutti in forma passiva, per farci sostare di fronte ad una iniziativa che non ci appartiene, viene direttamente dal Padre, che muore unito al Figlio, le cui manifestazioni dello Spirito Santo sono il buio improvviso che fu fatto, il velo del tempio che fu squarciato, la terra che fu scossa, le rocce che si frantumarono, i sepolcri che furono aperti, i corpi dei santi morti che furono risuscitati. Nel corpo crocifisso superficialmente vediamo la fine di tutto, il fallimento. Ma tutt'intorno a quel legno del patibolo assistiamo ad una serie di eventi che invece ci dicono che il Padre unito al Figlio sta realizzando, con la forza dello Spirito Santo, la più stravolgente manifestazione della sua identità: Dio è l'amore gratuito, eterno e immortale, è comunione mai spezzata offerta una volta per tutte e per sempre a tutta l'umanità.
Andiamo oltre la cronaca del fatto!
Il buio in pieno giorno è per dirci che per te, o Dio Padre unito al Figlio nello Spirito Santo, le tenebre di quella morte di croce non sono più tenebre, ma la notte è chiara come il giorno. La comunione mai infranta tra te, o Padre, e il tuo Figlio amato, anche nella tenebra della croce di tutti i nostri egoismi umani, è oggi per noi come luce di giorno, è il giorno della nostra salvezza.
Lo squarcio del velo del tempio è per dirci che tu, o Dio, Padre unito al Figlio nello Spirito Santo realizzi il progetto del tuo Regno: la nuova ed eterna alleanza con ciascuno di noi, con tutti noi, umanità fragile e peccatrice. Non c'è più separazione tra Te, Trinità Santa, e ciascuno di noi. La croce del tuo Figlio ha rotto ogni forma di separazione e di divisione tra divino e umano.
Il terremoto è l'evento più incontrollabile da parte nostra simbolo dell'inconsistenza di tutte le nostre sicurezze umane, per quanto necessarie esse siano. È il crollo di tutti i nostri idoli, di tutti i nostri sistemi di assicurazione, di fronte al sisma di gratuità rivelato da quella morte di croce.
Le rocce che sono frantumate sono un andare oltre per contemplare il nostro cuore, la nostra coscienza, la nostra libertà in risposta all'iniziativa d'amore del Padre unito al Figlio che ci dona, mediante lo Spirito Santo effuso nei nostri cuori, la nuova ed eterna alleanza. Per vivere la nostra conversione e la nostra adesione alla volontà del Padre, per trasformare il nostro cuore indurito come la pietra di una roccia, bisogna passare attraverso la frantumazione del nostro cuore, attraverso il riconoscimento umile dei nostri peccati e della nostra vulnerabilità, dicendo che non ce la possiamo fare da soli.
I sepolcri che vengono aperti e i morti che vengono risuscitati sono la contemplazione della discesa agli inferi di Gesù morto sulla croce. Il tempo che intercorre tra la sua morte e la sua risurrezione è contemplato come il dilatarsi della salvezza per tutta l'umanità che ha preceduto la venuta del Figlio di Dio sulla terra. A tutti, quelli del passato, quelli del presente, quelli del futuro, che verranno anche dopo di noi, è concessa la stessa proposta di salvezza.
In attesa del giorno radiante della risurrezione, Matteo non mette in bocca soltanto al centurione romano la professione di fede, come fa l'evangelista marco. La mette in bocca a lui e tutti coloro che sono con lui, tra i quali ci possiamo mettere anche noi, per dire oggi, di fronte a Gesù sulla croce: «Davvero tu, Gesù, sei il Figlio di Dio!»