| Omelia (22-03-2020) |
| don Alberto Brignoli |
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Dio, dove sei, come ti comporti? O meglio... chi sei? Permettetemi di iniziare la riflessione di questa domenica con uno sfogo. E se molti di voi lo interpreteranno come un segno di debolezza o di mancanza di fede, poco importa: lascio che sia Dio a giudicare la mia fede. Ma di fronte a ciò che stiamo vivendo in questi giorni, ormai da un mese, e in prospettiva di ciò che ci attende, ovvero l'attraversamento di un tunnel del quale non solo non riusciamo a intravedere la fine, ma anche non riusciamo a camminarvi con un minimo punto di riferimento, un appiglio, un po' di suolo solido sotto i piedi... ebbene, di fronte a tutto ciò credo che molti - pensando al vangelo di oggi, quello della guarigione del cieco nato - potrebbero dire, come me: "Beato lui, il cieco nato. Nella sua disgrazia si è quantomeno risparmiato la visione di questa tragedia". Preferiremmo tutti avere gli occhi spenti e le orecchie chiuse, di fronte a tutto ciò che vediamo e che sentiamo in questi giorni, anche e soprattutto sulla nostra pelle. Penso a chi ha avuto uno o più lutti in famiglia; penso a chi lotta in un letto, o forse anche solo su una barella, tra le corsie di un ospedale, di una tenda di guerra, e vuole farcela non tanto per sé, quanto per qualcuno che a casa lo aspetta; penso a chi in questi giorni non ha nemmeno il tempo né il diritto di dire "sono stanco", perché chiamato a turni massacranti di lavoro per far fronte a un'emergenza che sa bene che da un momento all'altro potrebbe vivere nella propria carne. Penso anche a chi non vorrei vedere, ma per altri motivi, ovvero a tutti coloro che - incuranti di quello che ormai anche i muri sanno e ripetono - hanno comunque bisogno di "mantenere la linea", per cui non rinunciano a fare un giretto di corsa, con le loro tutine aderenti e attillate, perché, sai, se la morte ti coglie devi essere attraente... avrei da proporre loro tanti bei itinerari dove poterli mandare a fare...movimento. Dai, basta: veniamo al sodo della questione. Oggi, io faccio risuonare nel mio cuore quella domanda che (permettetemi la presunzione) sono certo è risuonata nel cuore di ognuno di voi, almeno di quelli che ritengono di appartenere ancora a quel brandello di razza umana che ci è rimasto addosso: "Dov'è Dio?". Dove sei, Dio? Ce lo puoi dire, una buona volta, o è ancora lunga? Volevi farci capire qualcosa? Personalmente, credo che tu ci sia riuscito. Dovevamo cambiare stile di vita o imparare qualcosa da questa vicenda? Se potessimo tornare a una vita degna di essere chiamata tale, lo potremmo verificare. Ora, però, ti chiediamo di fare quello che hai fatto con il cieco nato (che tra l'altro non ti ha chiesto nulla): facci tornare a vedere la luce. Lui non te l'ha chiesto, noi invece te lo chiediamo, perché così è troppo. D'accordo, accompagnaci in questo cammino: ma poi mostraci la tua luce. So che stiamo sbagliando, perché al posto di fare come quel cieco stiamo facendo come i Giudei, e continuiamo a chiederci "dove sei". A loro, infatti, non importava sapere chi fosse Gesù, ma dove si era cacciato, perché avrebbero potuto scovarlo, arrestarlo, giudicarlo, e poi ci avrebbero pensato loro a dire a tutti, in tribunale, chi era lui: un peccatore, un ingannatore, un trasgressore della Legge di Mosè. "Dove" e "come": le uniche cose che i Giudei vogliono sapere di Gesù. "Dove" è finito dopo l'orribile trasgressione del sabato, e "di dove" sia, costui che pretende di essere più grande di Mosè e della sua Legge. E poi "come": "come" ha aperto gli occhi al cieco, una domanda chiesta per ben sette volte nell'arco della vicenda (va bene essere ignoranti, però a un certo punto...si può anche arrivare a capire, no?). "Dove" e "come": una volta che essi hanno ottenuto queste due risposte, sono a posto, perché l'hanno in pugno. Possono sapere che origine hanno le sue opere e come le mette in pratica: e se non vengono dalla Legge di Mosè, e se non sono compiute secondo la Legge di Mosè, costui è un impostore. Anche se fa miracoli. Anche se tutti si meravigliano di quello che ha potuto fare. Anche se il cieco dice di lui che è un profeta. E manco a dirlo, l'unica domanda che devono fare, non la rivolgono a se stessi, ma all'uomo che, senza vederlo, lo ha riconosciuto: "Che cosa dici di lui?". Ovvero, "chi è per te Gesù". E di fronte alla risposta più semplice e più genuina che quest'uomo potesse dare ("È un profeta"), la reazione è quella tipica di chi sa di avere torto, ovvero insultare e offendere l'avversario. Perché, invece di chiedere "dove" è Gesù e "come" si comporta Gesù, non si sono chiesti, come prima cosa, "chi è Gesù"? Forse si sarebbero risparmiati una disputa infinita, nella quale si sono impegolati contraddicendosi, convinti di salvarsi nascondendosi dietro i precetti della Legge di Mosè. Forse avrebbero capito qualcosa di Gesù senza la voglia di portarlo in tribunale (cosa che faranno presto, peraltro). Forse non avrebbero minacciato un povero e la sua famiglia di espellerli dalla sinagoga e dalla società civile solo perché erano stati oggetto della misericordia e della compassione di Dio. Forse si sarebbero risparmiati il rimprovero di Gesù, che li definisce "ciechi convinti di vedere". E quando un cieco è convinto di vedere e cammina da solo, prima o poi sbatte contro il muro, o addirittura cade in un burrone. Signore, quegli ignoranti di Giudei volevano a tutti i costi sapere "dove sei" e "come ti comporti", e si sono dimenticati di chiederti "chi sei". Noi ti facciamo le stesse domande: "Dove sei?", e "Come ti stai comportando con noi?". Ma cerca di capirci, non lo facciamo per giudicarti o per condannarti: lo facciamo perché siamo disperati e non riusciamo a vedere la luce. Perché siamo ciechi, in questo periodo, e lo sappiamo bene. Allora, fai come hai fatto con il cieco nato: aprici gli occhi, perché possiamo tornare a vederti, perché possiamo capire non "dove sei" ma "chi sei", perché possiamo, terminato il tunnel e lavato via il fango che abbiamo sugli occhi, dire anche noi, con il cieco guarito: "Credo, Signore!". |