| Omelia (22-03-2020) |
| diac. Vito Calella |
|
Una verifica del nostro essere «figli della luce» Gesù fonte di acqua viva è anche la luce del mondo! Siamo ancora nel contesto della grande festa delle capanne. In quella festa autunnale, che durava sette giorni, il sommo sacerdote ogni mattina scendeva dal tempio di Gerusalemme alla grande piscina di Siloe, alimentata dall'acqua pura veniente dalla fonte incanalata di Gihon, per attingere acqua con una brocca d'oro e portarla in processione al tempio. La versava attorno all'altare dei sacrifici per chiedere a Dio il dono della pioggia propiziatrice di un raccolto agricolo prospero per l'anno a seguire. In quell'occasione, proprio nell'ultimo giorno di festa, quando il rito dell'acqua era ancora più solenne, Gesù pronunciò ad alta voce le parole: «Chi a sete venga a me e beva chi crede in me» (Gv 7, 37). Gesù è la vera sorgente dell'acqua viva che dona lo Spirito Santo. Nello stesso contesto della festa delle capanne avveniva un altro rito: di notte tutta la città di Gerusalemme veniva illuminata con torce. Si festeggiava la luce di Dio che viene a illuminare le tenebre della vita umana, con il dono della pace e la gioia della prosperità. Dopo l'episodio dell'adultera perdonata, condotta dagli scribi e farisei davanti a Gesù per metterlo alla prova (cfr. Gv 8,1-11), l'evangelista Giovanni presenta Gesù annunciando ai giudei del tempio: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8,12), lasciandoci avvolgere dall'ospitale luce della misericordia e del perdono donata da Gesù a quella donna, rimasta sola, senza essere stata lapidata. Lo stesso annuncio lo abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa domenica, di fronte al cieco nato. Egli è per noi oggi la figura simbolica di chi prima stava immerso nelle tenebre, ma poi ha scoperto il dono della luce: Gesù da conoscere e amare per farlo diventare il centro unificatore di tutta la nostra esistenza, invocando incessantemente lo Spirito Santo, già presente in noi. Gesù dice: «Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo» (Gv 9,5). Una verifica sul nostro essere «figli della luce» immedesimandoci in chi non vedeva e ci vede. Se Gesù è luce del mondo, noi cristiani siamo chiamati oggi a diventare riflesso della Sua Luce, essere «sale della terra e luce del mondo» (Mt 5,13-14) nel contesto storico e culturale del nostro tempo. I sacramenti dell'iniziazione cristiana sono il Battesimo, la Cresima e l' Eucaristia. Custodiamo la memoria di questi sacramenti celebrati nel passato, anche se non ci dovrebbe essere "prima comunione"! L'Eucaristia la celebriamo almeno ogni settimana, alla domenica, ma è possibile celebrarla ogni giorno. Ci stiamo rendendo conto solo ora del dono che ci è offerto? Solo ora che dobbiamo obbedire all' "#Io resto a casa#"? L'Eucaristia attualizza nel presente la forza salvifica ci ciò cha abbiamo celebrato una volta per tutte con il Battesimo e la Cresima: «Un tempo eravamo tenebra, ora siamo luce nel Signore. Comportiamoci perciò come figli della luce» (Ef 5,8) Per ricordarci il dono prezioso dei sacramenti dell'iniziazione cristiana e della nostra chiamata ad essere luce nel Signore, figli della luce, immedesimiamoci nel personaggio del cieco dalla nascita che ora ci dona la gioia del vedere! Lo sguardo dei discepoli su quel povero cieco dalla nascita, era di giudizio: lo avevano etichettato come un peccatore, o uno che scontava il castigo dei suoi antenati, secondo la pericolosa dottrina della retribuzione, tipica di tutte le religioni, ma non del vero cristianesimo: Dio benedice i giusti e castiga i peccatori. La malattia o una disabilità erano visti come un castigo divino per scontare le colpe dei peccati commessi anche dai genitori e dagli antenati della famiglia. Gesù invece rivela lo sguardo di misericordia del Padre, perché, in suo nome, prende lui l'iniziativa di andare incontro a quel pover'uomo, mendicante, e farlo diventare ancor'oggi, per tutti noi, un riflesso della Sua Luce. La «fede» è prima di tutto riconoscere, ospitare nella nostra coscienza la scoperta, piena di stupore, che il Padre, per mezzo del Figlio, Gesù Cristo, viene incontro a ciascuno di noi, rispetta il limite e la fragilità della nostra condizione umana (fango), la trasforma con la forza della gratuità del suo amore (saliva) e ci libera dalle tenebre di ogni tipo di peccato, primo fra tutti, quello della pretesa farisaica di farcela da soli ad essere giusti, facendo leva sulla nostra iniziativa umana e giudicando ciecamente gli altri. Poi la «fede» diventa un bellissimo e coraggioso processo di conversione e testimonianza luminosa di diventare progressivamente veri discepoli di Gesù, su esempio di colui che era cieco ed ora ci vede. Appena cominciò a vedere, grazie alla saliva impastata da Gesù col fango (grazie al dono dello Spirito Santo impastato con la nostra corporeità vivente), lui godeva stupito di essere stato guarito gratuitamente dalla sua cecità. Sapeva che era stato visitato da un guaritore, ma ancora non lo aveva conosciuto faccia a faccia, cuore a cuore. Incalzato dal duplice interrogatorio dei farisei arroganti, trasmette a noi il progresso della sua esperienza di fede. Al primo interrogatorio ha il coraggio di dire che, quel guaritore «è un profeta» (Gv 9,17). Avendo riconosciuto Gesù come un profeta, nel secondo interrogatorio diventa lui stesso un profeta, pur essendo etichettato come uno dei tanti poveri tra i poveri del popolo, un ignorante, un insignificante. I poveri trasfigurati dall'incontro con Gesù Cristo invece spiazzano ancora oggi le menti più fine degli esperti sapientoni teologi. Ebbene, quel pover'uomo divenne coraggioso al punto di provocare i suoi interlocutori, dal cuore indurito contro Gesù, dicendo loro: «Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?» (Gv 9, 27) Non solo. Fu addirittura capace di controbattere gli esperti di Sacra Scrittura con parole sagge a difesa di Gesù: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla» (Gv 9, 30-33). Lasciato solo dai genitori, fu addirittura espulso dalla sinagoga, cioè scomunicato, escluso dall'istituzione religiosa del giudaismo a cui apparteneva. Alla fine del racconto evangelico, finalmente faccia a faccia con Gesù, vedendolo, consegna oggi a noi la sua bellissima testimonianza di adesione incondizionata alla Luce vera che dissipa ogni tenebra: «Gesù seppe che l'avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: "Tu, credi nel Figlio dell'uomo?". Egli rispose: "E chi è, Signore, perché io creda in lui?". Gli disse Gesù: "Lo hai visto: è colui che parla con te". Ed egli disse: "Credo, Signore!" E si prostrò dinanzi a lui» (Gv 9,35-38). Gli atteggiamenti ostacolanti il nostro essere "figli della luce". Il progresso della nostra esperienza di fede, attestato nella figura del cieco che ora ci vede, può essere bloccato da alcuni atteggiamenti ostacolanti il nostro l'essere "figli della luce", rivelati dagli altri personaggi che sono presentati nel racconto. Il culto delle apparenze e l'indifferenza verso i piccoli e gli ultimi vengono rivelati dai vicini e conoscenti del mendicante, cieco nato. Essi sono i veri ciechi perché non si lasciano coinvolgere nella gioia di quel mendicante di tutti i giorni, che era cieco e ora ci vede. Anzi, non gli credono. Si sentono disorientati e ingannati. Implicitamente lo giudicano un furbetto e approfittatore. Non credono che sia possibile un cambiamento radicale di vita di chi è povero, nella miseria, etichettato culturalmente come castigato, peccatore, maledetto da Dio. La loro soluzione è di consegnano ai farisei perché sia processato e giudicato da loro, i sapienti della legge. Il culto delle apparenze lo contempliamo anche in Iesse, papà del piccolo Davide, l'ultimo dei figli, apparentemente il più insignificante e il meno indicato ad essere unto per diventare re di Israele. Ma se «l'uomo vede le apparenze, il Signore vede il cuore» (1 Sam 16,13). Il cuore gradito a Dio, pastore delle nostre anime afflitte, è quello degli umili, cioè di coloro che riconoscono la loro radicale povertà, ammettendo la cecità del loro agire condizionato e schiavo e presentandosi al Signore con il cuore spezzato, mendicante misericordia. L'atteggiamento del "si è sempre fatto così" viene rivelato dal comportamento dei genitori di colui che era stato cieco dalla nascita e ora ci vede. Per paura di essere espulsi dalla sinagoga, cioè di andare contro le regole istituite dalla tradizione religiosa, si preferisce non partecipare alla gioia del «vedere» in modo nuovo, con gli occhi di una fede guidata dalla Parola di Dio e illuminata dall'acqua viva dello Spirito Santo. Quei genitori del cieco nato, ora vedente, non lo difendono affatto, non partecipano alla sua gioia, prendono le distanze da lui. Essi possono rappresentare quei cristiani che testimoniano la loro fede in Cristo senza nessun interesse a cambiare lo "status quo": si vive di tradizioni religiose, si ha paura di cambiare, rischiando di andare anche controcorrente rispetto a quelle autorità religiose che tendono a difendere a tutti i costi una religione fossilizzata in regole e costumi tradizionali che, a volte, di evangelico hanno poco da insegnare! L'arroganza del "saperne più degli altri" in questioni religiose e di pretendere di essere giusti esplode nei farisei e nei giudei (autorità religiose), i quali dimostrano una vanagloria incontenibile e violenta contro la bellezza di avere davanti a loro un graziato ricolmo della gioia di vedere. L'arroganza del sapere può trasformare anche le menti più intelligenti sulla Sacra Scrittura in guide cieche, incapaci di contemplare l'intervento della misericordia e della grazia del Padre unito al Figlio nella vita spirituale delle persone, soprattutto nei più poveri e anche in coloro che sono in situazioni irregolari rispetto alle norme ecclesiastiche. La cecità più grave è quella di sentirsi a posto, da perfetti esecutori della Legge, giudicando dall'alto in basso tutti gli altri. «Comportiamoci allora come figli della luce»! Consideriamo la nostra fede in Dio valutando la qualità delle nostre relazioni con gli altri: diamo il «frutto della luce che consiste in ogni bontà, giustizia e verità»? «Cerchiamo di capire ciò che è gradito al Signore! Non partecipiamo alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condanniamole apertamente». (Ef 5,9-11). Lasciamoci convertire dalla testimonianza luminosa dei poveri, una volta ciechi, ora vedenti, forse più di noi! Chiediamo di essere liberati da una pratica di fede secondo il "si è sempre fatto così"! Soprattutto confidiamo anche noi nell'azione dello Spirito Santo consegnando la nostra condizione umana, per proclamare la nostra gioia di avere Gesù al centro del nostro cuore. Per questo è detto anche a noi oggi: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5, 14). |