| Omelia (17-07-2005) |
| mons. Vincenzo Paglia |
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Apriro' la mia bocca in parabole La predicazione sul regno dei cieli è centrale nelle parole di Gesù. Il Vangelo ci presenta tre parabole nelle quali Gesù paragona il regno agli steli del grano costretti a convivere con la zizzania, ad un piccolo seme di senape, e al lievito che fermenta una massa di farina. La parabola della zizzania è stata forse tra le parole evangeliche decisive in alcuni momenti storici. Una lunga vicenda di guerre di religione, condotte da cristiani, ha trovato principalmente in questo testo scritturistico un ostacolo capace di indurre riflessioni e dubbi. Il padrone del campo, infatti, ha un comportamento singolare. Egli si rende conto che un nemico ha seminato la zizzania là dov'egli aveva seminato il seme buono. Eppure, ai servi che gli fanno notare l'accaduto, impedisce di tagliare l'erba cattiva fin dall'inizio. Perché questo padrone ferma lo zelo di quanti in definitiva vogliono solo difendere l'opera sua? La domanda ci introduce nel mistero dell'amore di Dio che è più grande delle nostre logiche. Potremmo dire che da questa parabola inizia la storia della tolleranza cristiana, perché secca in radice l'erba malvagia del manicheismo, tra giusti e ingiusti. In essa c'è non solo l'invito ad una illimitata tolleranza, ma persino al rispetto per il nemico, anche quando fosse nemico non solo personale ma della causa più giusta e più santa, di Dio, della giustizia, della nazione, della libertà. Questa parabola, così lontana dalla nostra logica e dai nostri comportamenti, fonda una cultura di pace. Oggi, mentre proliferano tragici conflitti, questa parola evangelica è un invito all'incontro e al dialogo. Tale atteggiamento non è segno di debolezza e di cedimento. È concedere ad ogni uomo la possibilità di scendere nel profondo del proprio cuore per ritrovare l'impronta di Dio e della sua giustizia. Questo richiede l'intelligenza e la furbizia di guardare in faccia il proprio nemico, e di riconoscergli la buona fede e lo stesso sincero desiderio di pace. Così si supera la logica del nemico. La parabola non dice che non ci sono nemici. Tutt'altro. Indica però un modo diverso di trattarli: piuttosto che la mietitura violenta, che rischia di strappare anche la pianta buona, è da preferire la paziente selezione ed attesa. È una grande saggezza che contiene una forza incredibile. Davvero questa parola di tolleranza e di pace è simile a quel granellino di senape e a quel pugno di lievito. Se la lasciamo crescere dentro di noi e nel profondo della vicenda umana sconfiggerà l'inimicizia e lo spirito di guerra. La decisione del padrone del campo, se accolta, può trasformare l'umanità intera. La crescita della pianta cattiva non deve spaventarci. Quel che conta è far crescere il più possibile la pianta buona. Così si afferma già sulla terra il regno dei cieli. |