Omelia (17-07-2005)
don Remigio Menegatti
Tu sei buono, Signore, e ci perdoni (203)

Per comprendere la Parola di Dio alcune sottolineature
La prima lettura (Sap 12,13.16-19) canta la lode a Dio che viene ricordato per la sua misericordia e pazienza. Dio rinuncia alla forza perché la sua mitezza aiuta l'uomo a riconoscere i propri peccati e aprirsi all'azione del Signore meglio che la potenza. Il popolo eletto non può accontentarsi di accogliere questo dono; è chiamato a imparare e imitare lo stile di Dio. Si è figli solo se si imita l'amore imparato dal Padre.
Il vangelo (Mt 13,24-43) contiene due parabole che illustrano il regno di Dio. Regno significa il dono del suo amore e lo stile con cui Dio lo offre all'uomo. L'amore di Dio è forte anche se all'inizio appare piccolo: come un granellino di senapa che diventa una grande pianta. Inoltre deve fare i conti con l'oppositore che semina la zizzania; ma Dio usa pazienza e offre a tutti la possibilità con scoprire il suo amore e convertirsi.

Salmo 85
Pietà di me, Signore,
a te grido tutto il giorno.
Porgi l'orecchio, Signore, alla mia preghiera
e sii attento alla voce della mia supplica.

Tutti i popoli che hai creato verranno
e si prostreranno davanti a te, o Signore,
per dare gloria al tuo nome;
grande tu sei e compi meraviglie:
tu solo sei Dio.

Signore, Dio di pietà, compassionevole,
lento all'ira e pieno di amore, Dio fedele,
volgiti a me e abbi misericordia.

Il salmo annuncia che ogni uomo può riconoscere l'amore di Dio. Tutti le genti, e non solo il popolo eletto, adoreranno il Signore, e daranno gloria al suo nome. Infatti hanno scoperto le meraviglie che Dio compie verso tutti gli uomini.
L'opera più grande è usare pietà e misericordia. Dio si dimostra lento nell'ira e disponibile ad amare senza misura. È un Dio fedele, che non viene meno alla sua promessa, anche quando che l'uomo sembra non meritare più tanta attenzione. Il Signore si volge verso l'uomo per manifestargli la sua bontà: caratteristica in cui risulta sempre vincitore

Un commento per ragazzi
Le parabole sono racconti, di solito brevi e semplici nel loro svolgimento, che presentano fatti abbastanza normali e contengono un insegnamento importante per scoprire chi è Dio e il suo stile. Gesù le usava spesso per parlare con la folla. In alcuni casi trova poi modo di spiegarle ai suoi discepoli, che sono più coinvolti in questa storia.
Farsi i dispetti non è una caratteristica solo dei bambini o ragazzi; qualche volta anche gli adulti sembra ci prendano gusto a rovinare il lavoro degli altri, vanificando tanta fatica, o per lo meno complicando la vita agli altri.
Un contadino che semina nel campo del suo avversario della zizzania gli procura certamente un discreto danno.
I dipendenti sono meravigliati per la pazienza e l'ordire di attendere: loro vorrebbero subito distruggere tutta la zizzania. Lui, con saggezza, ricorda il rischio di un danno peggiore e ordina di attendere la mietitura. Meglio aspettare la maturazione e poi separare grano da zizzania. Solo alla mietitura sara possibile distruggerla senza eliminare il grano.
Gesù vuole mettere in luce la pazienza di Dio, che non distingue tra buoni e cattivi, che offre a tutti la possibilità di cambiare in meglio la propria vita, così da arrivare – non solo alla fine meglio prima – a riconoscere l'amore di Dio e la misericordia. Questo non significa che uno debba convivere con i suoi difetti senza provare, con costanza e impegno, a superarli. Infatti proprio come conseguenza di questa scoperta nasce il dovere combattere il peccato che è in noi, le scelte che ci allontanano da Dio, ma non allontanano lui da noi. Noi, come il figlio della parabola, siamo liberi di allontanarci dalla casa dove siamo amati; Dio rimane fedele, attende con fiducia e pazienza che torniamo a lui, non tanto perché vinti dalla fame, quanto piuttosto per la gioia di aver finalmente capito che siamo amati senza misura. Non va confusa la pazienza con l'arrendersi alle situazioni. La pazienza è segno dell' amore, un amore forte oltre ogni umana attesa.

Un amore da prendere sul serio, perché se da una parte si sottolinea la pazienza, la fiducia, la tenerezza di Dio, dall'altra non va taciuto o dimenticato il finale della storia: il giudizio.
Giudizio che non significa che Dio perda la pazienza (di solito i buoni diventano molto severi quando perdono la pazienza). Giudizio è piuttosto il nostro arrenderci, stanchi di provare. Siamo noi, alla fine, che giudicheremo la nostra disponibilità, l'amore messo in gioco. È come per l'atleta che abbandona la gara, consapevole che non riuscirà ad arrivare in tempo utile e il risultato è compromesso definitivamente.

Un suggerimento per la preghiera
Signore, noi desideriamo essere grano che porta frutto. Un frutto che arricchisce la nostra tavola in questa vita, e la grande tavola per il banchetto che tu prepari nella tua casa per restare sempre con noi e donarci una vita senza fine. Noi vogliamo essere grano buono; aiutaci quindi a non giudicare gli altri, a non allontanarli, e invece a impegnare le nostre energie a migliorare noi e gli altri. Aiutaci a riconoscere nella tua pazienza la forza, da cui prendere la nostra costanza nel fare il bene. Possiamo fare del bene cominciando a migliorare noi stessi.