| Omelia (17-07-2005) |
| don Marco Pratesi |
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La pazienza del Regno Il Vangelo di oggi spinge a una domanda fondamentale: di fronte al male che vedi nel mondo, nella comunità cristiana, negli altri, in te stesso, qual è la tua reazione, il tuo atteggiamento? La parabola ha una prospettiva un po' diversa rispetto alla spiegazione, ma entrambi pongono la stessa domanda. Raccontando la parabola Gesù voleva correggere l'impazienza messianica di molti suoi contemporanei: molti, come Giovanni il Battista, aspettavano un Regno di Dio che fosse vittoria e premio per i buoni, sconfitta e castigo per i cattivi. Questo ha qualcosa da dire anche a noi. Vorremmo che Dio intervenisse con le maniere forti e raddrizzasse le cose storte. Siccome spesso questo non accade, nasce in noi il dubbio, la delusione: forse Dio è disinteressato, oppure non ce la fa neanche lui? Noi confondiamo regalità con forza, ma la parabola ci dice che il Regno di Dio in questo momento, oggi nella storia, è in questa fase: la crescita simultanea di grano e zizzania. Questo non significa affatto che Dio sia impotente o disinteressato, anzi: proprio questo è il suo piano. Ed è il suo piano per un motivo preciso: Dio sa che, in tutti, il bene e il male sono intrecciati. Distruggere la zizzania significherebbe distruggere anche il grano. Distruggere il male sarebbe distruggere l'uomo. Il presupposto della nostra richiesta di maniere forti infatti è questo: il male sta da una parte sola, e sta negli altri, non in noi. Ma la parabola dice che non è così. Il male e il bene non sono soltanto qui o là, solo in questo o quel gruppo, non sono chiaramente delimitabili. Grano e zizzania sono nel cuore di ciascuno, nessuno può pretendere di essere soltanto buono, né vedere gli altri soltanto cattivi. Anzi, tutte le volte che nella storia, in grande o piccola scala, si dividono gli uomini in buoni e cattivi, si fa strada l'ingiustizia, la discriminazione, l'oppressione. Quando si pensa che il male sia concentrato da una sola parte, si ha subito la tentazione di usare la violenza per distruggerlo. È la logica della "pulizia etnica", di qualsiasi tipo. Ma solo Dio può giudicare. Solo a lui spetta il compito di sradicare la zizzania e raccogliere il buon grano. Solo lui può farlo, e lo fa quando lo vede opportuno. Su questo ultimo aspetto insiste piuttosto la spiegazione della parabola, che presenta il momento della separazione e del giudizio. Anche questo è importante, perché ci ricorda il fatto che, anche se Dio non interviene come noi ci aspetteremmo, tuttavia rimane fermo che la storia è sotto il suo giudizio, nessuno e niente può sfuggire al confronto con la verità autentica. Non dobbiamo perdere questa certezza e questa fiducia, altrimenti entriamo in un atteggiamento di indifferenza e perdiamo la vigilanza e l'attenzione. Ad ogni Messa la Chiesa, nella sua sapienza, ci invita a riconoscere di essere peccatori, a riconoscere che dentro di noi c'è la zizzania. Non solo negli altri, ma in noi. Non continuiamo a scaricare le responsabilità sugli altri. Confessiamo invece di avere anche noi colpa, e grandissima colpa, del male che esiste nel mondo. La Chiesa, tutta la Chiesa, ammaestrata dal Vangelo, sa di essere al tempo stesso "santa e sempre da purificare, e cerca continuamente di rinnovarsi" (Lumen Gentium I,8: "Ecclesia in proprio sinu peccatores complectens, sancta simul et semper purificanda, poenitentiam et renovationem continuo prosequitur"). Nella sua lunga storia, la Chiesa ha sempre dovuto affrontare la tentazione di sentirsi Chiesa dei puri, contrapposta al mondo dei malvagi. Ma la Chiesa del Signore venuto a cercare i peccatori non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, perché non può essere fuori della realtà umana, avulsa dalla vita dell'uomo concreto. È Chiesa nella quale sono presenti zizzania e grano. Approfittiamo della pazienza e della longanimità di Dio per produrre buon grano per il suo Regno. Pregate fratelli e sorelle perché questo sacrificio ci renda pazienti, e sia gradito a Dio Padre Onnipotente. Al Padre Nostro: Chiediamo al Padre che ci liberi dalla tentazione di essere noi a giudicare: |