Omelia (10-07-2005)
padre Paul Devreux


Molta gente si raccoglie intorno a Gesù per ascoltarlo. Segno che cercano qualche cosa, che hanno un bisogno al quale Gesù risponde e che hanno voglia di ascoltarlo.

Gesù parla loro in parabole. Dalla traduzione del testo sembra che Gesù parli in parabole per non farsi capire e così attualizzare la profezia d'Isaia. Sarebbe assurdo, Gesù non ha tempo da perdere.

Sappiamo che la parabola è un genere linguistico fatto apposta per provare a spiegare, con parole semplici e con esempi, cose complicate. Quindi se Gesù parla in parabole è per cercare di farsi capire da tutti, per lo meno sull'essenziale. A chi poi decide di seguirlo e di fare sul serio, sforzandosi di capire fino in fondo il suo messaggio, Gesù volentieri approfondisce il discorso.

Per cui, già da questo vediamo che Gesù si rende conto che ha davanti due categorie di persone: una entusiasta di ascoltarlo e di ricevere il suo messaggio, e un'altra che non si accontenta di ascoltare e che desidera provare a seguirlo mettendo in pratica i suoi insegnamenti.

Io chi sono? Forse un po' l'uno e un po' l'altro, a seconda di cosa penso che mi convenga.

Gesù però mi avverte: il terreno che porta frutto, e quindi vive bene, è quello buono, cioè quello profondo, che si lascia arare, ribaltare dal seminatore, per accogliere il seme in profondità e lasciargli prendere radice.

Chi mi farà diventare un terreno buono? La vita.

Signore, grazie perché con la tua pazienza e lungimiranza mi farai passare attraverso tutte le tappe di questa parabola: dall'essere una strada impermeabile ed autosufficiente, al terreno sassoso un po' curioso ma che lascia crescere solo le spine, le arrabbiature, i conflitti, fino a poi diventare un terreno buono e ricettivo.

Signore, dammi vita affinché possa arrivare fino alla fine di questo lungo cammino provvidenziale di conversione, per arrivare alla piena comunione con te.