| Omelia (03-03-2002) |
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Commento su Giovanni 4,5-42 Ogni giorno leggiamo sui giornali e ascoltiamo in televisione i risultati di qualche sondaggio. Vengono ormai commissionati sondaggi su qualsiasi tema. Non meraviglia dunque che si producano indagini statistiche anche sui fenomeni religiosi. I dati più recenti indicano che il 90% della popolazione italiana è interessata al religioso. Di questo 90%, a parte una piccola quota di appartenenti a religioni tradizionali minoritarie e a nuovi movimenti, il 33% si dichiara cattolico praticante e il 54% confluisce nel far-west religioso del credere senza appartenere. Cosa vuol dire quest'ultima espressione? Si riferisce ad una spiritualità vagabonda, di chi qualche volta va a messa la domenica, poi ascolta una conferenza del Dalai Lama, legge libri come la Profezia di Celestino, si interessa di Reiki e crede fermamente nella reincarnazione. Per menzionare solo un altro dato, oggi la percentuale degli italiani che crede agli angeli è sensibilmente più alta di quelli che credono in Dio! Ecco dunque che un rinato interesse del religioso diventa una ricerca del magico, del miracoloso, del misterioso, che rischia di svuotare le nostre Chiese. Il "credere senza appartenere" è la forma moderna del politeismo: a seconda degli stati d'animo e delle situazioni, si evocano dèi diversi per ricevere conforto, soccorso o illuminazione. Di fronte a questo supermarket della spiritualità, sta il brano del Vangelo di oggi. È Gesù ad avviare il colloquio con la samaritana. Gesù chiede alla donna un gesto semplice che ella è in grado di compiere: attingere acqua dal pozzo era infatti un'attività assegnata di consueto alle donne. Gesù mostra di sapere tutto della donna ma di non condannare nulla. Quindi Gesù rovescia lo schema: sii adesso tu, o donna, a chiedere a me l'acqua; sii adesso tu, o donna, a volermi conoscere e accogliere. Lei all'inizio non capisce. Si stupisce che un giudeo dialoghi con una samaritana. Si stupisce che un uomo possa tirar su lui l'acqua dal pozzo. Si stupisce che Dio si possa adorare né sul monte Sion dei giudei, né sul monte Garizim dei samaritani, bensì ovunque. Si stupisce quando Gesù «le dice che anche lei, donna, per di più quanto mai disprezzata, perché samaritana, impura, infedele al marito, e a più mariti, può partecipare alla vita vera, quella del rapporto d'amore con Dio che è tutt'uno con la sua libertà perché dipende soltanto da lei credervi» (Ida Magli). Lo stupore della donna cresce talmente che alla fine capisce: Gesù le sta chiedendo di accettare in sé lo Spirito, con la stessa semplicità con cui si beve dell'acqua quando si è assetati. L'incedere stesso del racconto ci suggerisce come si realizza questo accoglimento dello Spirito. Non è la samaritana a cercare Gesù. Se lo trova davanti. Inizia ad ascoltarlo. Si accorge che parla proprio a lei, così com'è. Le basta continuare ad ascoltarlo. «Se tu conoscessi il dono di Dio...», dice Gesù alla donna. «Dammi quest'acqua», risponde la donna. Tutto qui. Lo Spirito non richiede mediazioni, preparazioni e giustificazioni. Va semplicemente accolto. E l'accettazione sincera non lascia spazio al nomadismo religioso. Lo Spirito estingue la sete, come annuncia il profeta Ezechiele al popolo ebraico: «Vi aspergerò con acqua pura e sarete purificati, vi purificherò di tutte le vostre sozzure e di tutti i vostri idoli, vi darò un cuore nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. Porrò il mio Spirito dentro di voi». Ci siamo concentrati sulla prima parte del brano evangelico, ma la seconda parte è non meno importante. Gli apostoli attorniano Gesù. Non comprendono il suo colloquio con la donna. E Gesù risponde parlando della Chiesa. Coloro che hanno ricevuto lo Spirito diventano comunità, riconoscendosi l'un con l'altro in quanto riconoscono che Dio si è fatto uomo: qui Gesù, col riferimento al "mio cibo", preannuncia l'Eucarestia. Ma gli apostoli sono mandati a mietere quello che non hanno lavorato. I sacerdoti della Chiesa si limitano a raccogliere, a organizzare, a preservare una risorsa - la Grazia - che discende direttamente dallo Spirito su ognuno di noi se, come la samaritana, l'accogliamo. Uscire dalla palude del "credere senza appartenere" richiede insomma due momenti. Il primo è l'ascolto e l'accoglimento dello Spirito. Il secondo è il farsi comunità, l'appartenersi reciprocamente nel Suo nome. Lo Spirito è come "acqua viva" nella preghiera, che all'inizio nasce stentata, limitata, ripetitiva; poi man mano che la fede cresce (se cresce), trova nuove parole, nuove espressioni, nuova forza e nuova vitalità. Fino a giungere alla condizione in cui è lo Spirito che prega in noi e viene meno la distinzione fra i tempi dediti alla preghiera e il resto della vita: la vita stessa diventa preghiera. |