| Omelia (10-03-2002) |
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1. E' festa a Gerusalemme. Migliaia di fedeli osservanti, si riversa sulle strade e sulle piazze per partecipare e rivivere nell'animo un'antica tradizione religiosa: è la festa delle Capanne (Tende nel deserto). E attingere acqua dalla piscina di Siloe durante la festa delle Capanne era il segno, secondo le antiche profezie (cfr. Zaccaria), della partecipazione alle benedizioni messianiche promesse dal Signore su Israele. Tra i pellegrini c'è anche un uomo cieco. 2. Come già con la Samaritana, è Gesù a prendere l'iniziativa: ritroviamo uno dei pochi casi nei vangeli in cui non è il malato a chiedere la guarigione. E' dunque Gesù a cercare il primo contatto e, forse, a sorprendere lo stesso interessato, anche per la stranezza del gesto che si appresta a svolgere. Gesù coglie l'occasione di questa festa per testimoniare la messianicità della sua presenza: con Lui si compiono le benedizioni di Dio sull'uomo, tramite quei segni di salvezza quali sono appunti i miracoli da lui compiuti. 3. L'incontro che il testo evangelico mette in primo piano rispetto ad altre figure pure presenti potremmo definirlo di tipo asimmetrico: Gesù "vide" l'uomo "cieco" (che non vede) dalla nascita. Il carattere salvifico del racconto oltre ad essere illuminato dal contesto delle festa delle Tende, è ulteriormente rafforzato dalla ricorrenza del Sabato: il giorno delle proibizioni e dei divieti, diventa giorno di salvezza, giorno della luce, giorno della vita ritrovata, perché "venire alla luce" è come ri-nascere. 4. Il cieco viene inviato a lavarsi presso la piscina: ed è lì che scoprirà la bellezza della luce, grazie alla guarigione ottenuta. Da quell'acqua riemerge veramente l'uomo nuovo. I presenti faticano a riconoscerlo come la persona di prima: rinnovato dalla grazia dell'incontro con il Messia, è davvero irriconoscibile; da quel fango, impastato di saliva e spalmato sugli occhi, Cristo ha rimodellato l'uomo nuovo, un "figlio della luce" (II Lett.). Una volta guarito, il testo stabilisce un altro incontro asimmetrico: adesso è il cieco guarito, colui che finalmente vede, a incrociare la cecità di quei farisei accecati nella loro incredulità. 5. Gesù fa compiere al cieco, ormai guarito, un cammino soprattutto catecumenale, il percorso che lo conduce alla scoperta della fede, quale luce interiore di fronte al Mistero: "Tu che dici di lui?" gli chiedono; e Gesù stesso: "Tu credi nel Figlio dell'uomo?". "Tu l'hai visto": è un verbo al passato, l'incontro è compiuto, resta ora da comprenderlo, per accoglierlo in tutta la sua portata. L'uomo guarito viene invitato a considerare quanto ha già ricevuto, perché solo così può ricevere la pienezza della luce, quella della fede nel Messia, Gesù Cristo. 6. La Chiesa da sempre ha utilizzato questo testo evangelico in chiave catecumenale: nell'acqua della piscina è rappresentato l'evento del battesimo quale sacramento dell'illuminazione, incontro con la vera e intramontabile luce della fede. Il cristiano oggi, come il cieco guarito allora, deve sapersi voltare indietro e "capire" il dono già ricevuto nel battesimo, e ripercorrere un itinerario di riscoperta della fede. Gesù gli dice: "Tu l'hai visto"; spetta a te professare: "Io credo, Signore!". E' necessario fare luce nostro battesimo, per diventare "figli della luce". E' in questo sacramento che viene consegnato anche il segno della luce, affinché il neofita "illuminato dalla luce di Cristo, viva sempre come figlio della luce; e perseverando nella fede, vada incontro al Signore che viene". S. Paolo fa corrispondere l'espressione "figli della luce" con l'altra corrispondente "frutti della luce". Le nostre opere di battezzati devono essere prova (frutto) di una vita vissuta nella luce. Le opere delle tenebre rimangano invece "infruttuose" rispetto al bene. 7. Chi è nella luce è in grado soprattutto di "vedere", cioè può guardare tutta la realtà che lo circonda e riconoscere il significato delle cose, dei colori, dei paesaggi, e di ogni altra presenza. Torna a vedere, solo chi diventa capace di arrivare al cuore (cfr. I Lettura) delle persone e della realtà che ti circonda. Vedere, infatti, e'' toccare il cuore dell'invisibile: "L'essenziale è invisibile agli occhi" (Il piccolo Principe). Commento a cura di don Gerardo Antonazzo |