| Omelia (29-12-2002) |
| don Elio Dotto |
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Natale in famiglia C'è un legame stretto tra famiglia e Natale. Lo sperimentiamo in questi giorni, quando ci ritroviamo in famiglia per festeggiare. Succede però sempre più spesso che questo legame si riveli come fragile e vulnerabile. Molte famiglie sono ferite dalla festa del Natale. Quel giorno riporta infatti il ricordo di tanti altri Natali più felici; e così esso, anziché essere giorno di festa, diventa giorno di malinconia e di rimpianto. Molti sono i genitori feriti dalla festa di Natale: sono soprattutto i genitori degli adolescenti. Il Natale ripropone loro l'evidenza di un distacco. A volte, potrà trattarsi di un distacco anche esteriore nei confronti dei figli; ma in ogni caso, il distacco che ferisce è quello interiore. I figli formulano un augurio fuggitivo: magari anche appariscente, avvolto in molta carta dorata, e tuttavia affrettato e schivo. Debbono partire per la montagna. Oppure no, rimangono in città, ma appaiono così imbarazzati e refrattari ad ogni commozione e ad ogni segno di affetto. E così i genitori rimpiangono il tempo passato, quando i figli erano bambini, e il Natale sembrava più felice... Ma anche questi figli sono feriti dal Natale, assai più di quanto non dichiarino o lascino trasparire. L'essere estranei alla gioia e alla pace di questa festa è per loro motivo di sofferenza: forse inespressa, inesprimibile, eppure vera. Anche i figli ricordano i Natali di un tempo, quando erano bambini e attendevano con trepidazione la notte santa: e si sentono incapaci di rivivere quell'attesa gioiosa... Questa incapacità di figli e genitori nel mantenere viva l'attesa gioiosa del Natale assomiglia molto allo smarrimento di Abramo, che ci viene descritto dalla prima lettura di domenica (Gen 15,1-6;21,1-3). Abramo era vecchio, e non aveva figli. Si ritrova così a vivere con la paura che la sua vita trascorra inutilmente: ha nostalgia degli anni passati, quando era più giovane, sente che quegli anni non possono più ritornare, e teme di chiudere gli occhi senza avere nessuno che si ricordi di lui. Anche Maria e Giuseppe sono smarriti, nel brano evangelico di domenica (Lc 2,22-40). "Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui". Soprattutto Maria e Giuseppe temono il loro futuro, così ricco di incognite e di rischi: intuiscono già, aiutati dal vecchio Simeone, che quel figlio sarà segno di contraddizione; e capiscono che anche la loro anima sarà come trafitta da una spada. Eppure Maria e Giuseppe presentano quel figlio al tempio: sanno che Dio è fedele alle sue promesse. Così, d'altronde, fece pure Abramo, che offrì Isacco, il suo unico figlio, sapendo che Dio è capace di far risorgere anche dai morti. Maria, Giuseppe, Abramo offrono i loro figli a Dio, nella certezza che lui ricorda sempre la sua alleanza. E allora anche oggi, perché il Natale possa ritornare ad essere la festa di ogni famiglia, occorre che i genitori si affrettino a presentare i figli al tempio. Se poi questi sono cresciuti, e al tempio non vogliono più venire, non si scoraggino: li portino ugualmente, mediante la loro preghiera e la loro fede, li pongano ugualmente nelle mani del Padre, e attendano da lui con fiducia una benedizione. Essa non si farà attendere. |