| Omelia (03-03-2002) |
| don Fulvio Bertellini |
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III domenica di Quaresima A Commento: tempo di mietere Sete di infinito "La mia anima ha sete di Dio": così pregava il salmista, secoli prima di Gesù, esprimendo con la metafora della sete il suo desiderio di Dio. Un'immagine molto espressiva per l'uomo del deserto, che quotidianamente si scontra con l'aridità di certe zone della Palestina, dove l'acqua (ancora oggi) è un bene prezioso quanto l'oro. Ancora oggi per il possesso delle risorse idriche si fanno combattimenti militari e diplomatici. Aranciata no problem Per noi probabilmente la sete non è un problema. L'acqua è qualcosa che diamo assolutamente per scontato: basta aprire il rubinetto, e scorrono litri di acqua per lavarsi; basta aprire il frigorifero, e possiamo sbevazzare una varietà di freschi liquidi dissetanti (?) e colorati. Forse solo all'apertura della bolletta della TEA o chi per lei ci si rende conto che l'acqua non è per nulla un fatto scontato (e ahimè lo sarà sempre di meno). Forse per noi neanche la sete di Dio è davvero un problema. Ci sono tante altre cose che ci riempiono la vita, nel bene o nel male, e tanti altri desideri che ci prendono. Non c'è tempo per la sete di Dio. Si è più disposti ad ammettere che abbiamo bisogno di amore, di affetto, di "far del bene agli altri". Ma Dio non c'entra. Mi diceva un giovane più o meno: "Non vedo a cosa serve venire in Chiesa, pregare. Forse sarebbe una bella cosa, in fondo anche io credo in Dio; però per me è importante fare qualcosa di concreto per gli altri, fare del bene. Di questo sento il bisogno". Una donna e i suoi cinque mariti Potremmo chiederci se la Samaritana che incontra Gesù avesse sete di Dio. Forse non molta più di noi. Aveva altre cose a cui pensare: l'uomo che conviveva con lei, le chiacchiere della gente, i problemi della vita quotidiana; tra cui forse il dover andare al pozzo a mezzogiorno, e non di prima mattina come tutte le altre donne, per evitare i pettegolezzi delle comari. Dio non era al vertice dei suoi pensieri. E' l'incontro con Gesù che suscita questa sete. L'evangelista mostra una progressione, che va dall'incontro casuale, all'interesse per lo stravagante viaggiatore, alla scoperta del proprio peccato, fino al sorgere della questione su Dio (dove bisogna adorare?) per arrivare alla conoscenza del Messia (sono io che ti parlo). Sono le tappe di un cammino spirituale che ciascuno di noi è chiamato a percorrere. La sete di Gesù Una stranezza del brano è che Gesù chiede da bere, e poi di fatto non si dice che beva. Potrebbe essere la semplice omissione di un dettaglio essenziale; ma verso la fine del brano, quando i discepoli lo invitano a mangiare, Gesù rifiuta. Gli uomini del villaggio stanno per arrivare da lui, e Gesù è troppo impegnato ad accoglierli: non beve e non mangia, perché ha da mangiare un cibo che i discepoli non conoscono. La sete di Gesù riguarda il fare la volontà del Padre, e la volontà del Padre è di raccogliere i suoi figli dispersi. Il desiderio di Dio è espresso con l'immagine della mietitura: Gesù e i discepoli devono raccogliere, cioè far entrare nel Regno, gli abitanti di quel villaggio di Samaria. Anche se noi non abbiamo sete di Dio, Dio ha sete di noi. Quello che non avete seminato I discepoli sono invitati a collaborare con Gesù. La mietitura è ricca e abbondante, non per loro merito, ma per l'opera misteriosa dello Spirito, che attraverso le parole di Gesù (e anche attraverso le parole stupite di una donna convertita) ha aperto il loro cuore all'accoglienza del Regno. E tutto ciò è partito da un incontro singolo e casuale al pozzo. Letto in senso missionario, questo brano è una provocazione forte e un invito alla fiducia. Come i discepoli, anche le nostre comunità rischiano di essere più preoccupate del pane quotidiano che del fare la volontà del Padre. Forse perché prevale la stanchezza e il pessimismo: gli uomini d'oggi non hanno più bisogno di Dio. Il Vangelo rovescia questa prospettiva: Dio ha sete degli uomini d'oggi, e sta seminando nel loro cuore: ma noi sappiamo ancora mietere? Sappiamo fermarci ad ascoltare, come Gesù si ferma al pozzo? Sappiamo dire la Parola che spinge a conversione? Flash sulla I lettura "Perché ci hai fatti uscire dall'Egitto?". La domanda degli Israeliti suona come un rimprovero e un rifiuto totale dell'esperienza della liberazione dall'Egitto, un anti-Esodo. Il grido di protesta è suscitato dalle prime difficoltà materiali del cammino nel deserto, e il suo contenuto è gravissimo: il popolo preferirebbe restare schiavo ma al sicuro in Egitto, piuttosto che essere libero di vagare nel deserto. Il dono della liberazione è completamente misconosciuto e ignorato. Ma non si può azzerare la storia di salvezza: Dio porta avanti il suo progetto, anche di fronte alle infedeltà dell'uomo". Flash sulla II lettura "...questa grazia nella quale ci troviamo e vantiamo nella speranza della gloria di Dio". La speranza è la capacità di mantenere la fiducia nel compimento delle promesse di Dio, anche quando i fatti sembrano smentirla. Nella visione di salvezza di Paolo, la speranza è un elemento essenziale. Molte persone anche oggi possono dire di aver fede; ciò che spesso manca è la speranza, la fede a lungo raggio, la relazione con Dio che va anche oltre la morte. Molte persone credono in Dio, e praticano anche la giustizia e la carità, ma sono prive di speranza. Paolo fa notare che questa speranza non è una conquista umana, ma è il risultato del dono dello Spirito, effuso a partire dalla morte di Cristo. |