| Omelia (19-11-2017) |
| padre Antonio Rungi |
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Talentuosi per il Regno dei cieli Il Signore ci ha fatto dono di tante cose, di tanti carismi, facoltà e possibilità di fare ed operare per il bene, non solo su questa terra, ma in vista del Regno dei cieli. Questi doni che il Vangelo di oggi, con la parabola dei talenti, ci fa capire che possediamo tutti, in misura diversa, vanno fatti fruttificare. Bisogna capirne il senso. Possiamo essere talentuosi per questo mondo, raccogliendo consensi e favori in ogni luogo (e tutti cercano questi consensi e in tutti gli ambienti); e possiamo, anzi dobbiamo essere talentuosi per il Regno dei cieli, qui ed ora. Per cui i doni ricevuti vanno investiti e fatto produrre per il nostro e altrui bene. Non possiamo restare con le mani in mano, aspettando che i doni ricevuti producano da soli. Bisogna attivarsi, mettersi in moto, ingegnarsi in qualche modo, perché quello che abbiamo ricevuto, in quantità e qualità diversa, produca, se non il di più, almeno il pari di quello che abbiamo ricevuto. Non possiamo fare come il soggetto del vangelo di oggi che ricevette un solo talento e per paura di non perderlo, perché non voleva rischiare, cioè non si voleva impegnare, ha scelto di metterlo in sottoterra (nella sua cassaforte naturale, come si usava una volta, mettere i soldi sotto il mattone) e conservarlo per il rendiconto finale al padrone che ne avrebbe chiesto la restituzione. In questa persona cogliamo tutto quella che è la negatività in tanti di noi che non si vogliono impegnare in nulla e tantomeno nelle cose di Dio. Eterni paurosi, timorosi ed indecisi che sono in attesa non so di quale segnale diverso per farli lavorare sodo per la santificazione di se stessi e per il bene degli altri. Esemplari, invece, sono i comportamenti di coloro che hanno ricevuto doni di consistenza diversa: chi cinque talenti; chi due talenti. Ognuno di costoro si è messo all'opera e ha fatto raddoppiare ciò che avevano ricevuto, in quanto aveva lavorato spiritualmente e, se vogliamo metterla su altri aspetti, anche su un piano umano ed economico. Cosa lodevole quando ci si impegna e ci si industria per ricevere onestamente un utile dal lavoro fatto, con la conseguenza che il premio di produzione, per il Regno dei cieli, è assicurato con l'ingresso nella gioia eterna del Paradiso. La resa dei conti arriva per tutti, nel momento in cui meno ce lo aspettiamo, quando il Signore ci chiamerà da questo mondo all'eternità e allora succederà quello che Egli stesso ci ha insegnato, ammonito e richiamato alla nostra attenzione con la parabola dei talenti di questa XXXIII Domenica del Tempo Ordinario dell'Anno Liturgico che sta per concludersi. Vorrei sottolineare quel "dopo molto tempo", dal momento in cui ci sono stati consegnati i talenti e sono quelli della vita umana, della vita spirituale, della grazia, dei carismi e doni ricevuti. Infatti il Signore non ci chiede subito il resoconto di quello che ci ha donato. Al contrario ci dà il tempo necessario, fossero pure pochi giorni della nostra vita, per capire cosa è giusto fare e come ci dobbiamo comportare per ereditare la vita eterna. Questo lungo tempo che il Signore ci ha donato, sta continuando. A che cosa sta servendo? Per far fruttificare quello che abbiamo ricevuto nel giorno del battesimo, oppure no? La fede, la carità, la speranza rientrano in quella crescita spirituale del nostro modo di vivere ed operare? Sarà davvero terribile, al termine di nostri giorni e della nostra vita, quando ci presenteremo davanti al tribunale di Dio per rendere conto di quello che abbiamo fatto e realizzato: quanti fecero il bene per una sentenza di assoluzione piena; quanti fecero il male per una sentenza di condanna e speriamo che non sia quella definitiva del fuoco eterno dell'infermo, dove ci "sarà pianto e stridore di denti per sempre", come conclude il testo del vangelo di questa domenica. E quanto ci viene detto non è terrorismo psicologico, né tantomeno una forma di ricatto a fare per forza un cammino di santità che non vogliamo fare. Anzi è un esplicito invito a tirare dritto per la nostra strada, quella intrapresa con la venuta alla vita umana e alla vita della grazia con la fede e con la scelta della religione che abbiamo deciso di fare nostra, dopo che i nostri genitori ne avevano compreso tutta la ricchezza e la bellezza, la sua produttività a livello personale, familiare, ecclesiale e sociale. Ecco perché ci hanno portato al fonte battesimale, poi alla confessione, alla prima comunione, alla cresima e a man mano ci hanno accompagnati nella crescita della vita cristiana. E se non sono stati i nostri genitori, sono entrati in scena, nel nostro itinerario di vita cristiana, altre persone sagge e sante che ci hanno preso per mano ed hanno fatto fruttificare quei talenti che avevamo ricevuti e che, come il servo della parabola di oggi. Anche noi, forse, avevamo messo sotto terra quei doni per poi consegnarli al padrone che ce l'avrebbe richiesti a tempo dovuto; senza da parte nostra di un pizzico di crescita, neppure di un ramoscello di quel seme che era stato impiantato nella nostra vita. Il tempo che abbiamo davanti a noi è poco, è molto solo il Signore lo conosce. Certo è che Egli ci chiederà conto di tutto, ma con amore, tenerezza e dolcezza, oltre che con un cuore di Padre che è grande nell'amore ed è misericordioso. Si può fra fruttificare anche minimamente un dono ricevuto tempo fa, anzi all'inizio della nostra vita, fosse pure prima di chiudere gli occhi. E ciò è possibile sono con un atto di amore e di pentimento, con un sicuro investimento nell'abbandonarsi alla misericordia e alla bontà di Dio almeno nell'ultima ora della nostra vita. Non disperiamo mai, fino all'ultimo istante.
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