| Omelia (17-04-2005) |
| mons. Vincenzo Paglia |
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Chi entra per la porta e' il pastore "Sappia con certezza tutta la casa d'Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!". (At 2, 14). Queste parole risuonano decise anche oggi, alle nostre orecchie. Pietro non scarica le accuse su qualcuno o su qualche gruppo in particolare; non accusa solo i giudei (talora queste parole sono state usate in modo distorto a sostegno dell'avversione verso gli ebrei); l'apostolo accusa tutti, cominciando da sé, e poi gli altri, anche i romani e coloro che erano presenti a Gerusalemme, nessuno dei quali si è opposto all'ingiustizia che si stava perpetrando contro quel giusto. Tutti erano stati corresponsabili, chi per paura, chi per indifferenza, chi per tradimento, chi per distrazione. E tutti, in fondo, per lo stesso motivo: "salvare se stessi e la propria tranquillità". L'unico che non ha salvato se stesso è stato Gesù, per questo Dio è intervenuto e lo ha strappato dalla morte. La resurrezione è tutta di Dio. Nostra è invece la responsabilità per la morte di quel giusto; nostra è anche la responsabilità per la morte di tanti giusti ancora nei nostri giorni. Ecco perché – notano gli Atti – gli ascoltatori di Pietro al sentire il Vangelo della resurrezione "si sentirono trafiggere il cuore". Anche ai loro occhi apparve infatti l'enorme distanza tra il loro comportamento e quello di Dio. Prima di loro già Pietro stesso si era sentito trafiggere il cuore nel petto quando aveva udito il canto del gallo che gli ricordava il tradimento. Ugualmente i due tristi discepoli di Emmaus si sentirono "scaldare il cuore nel petto" mentre quello straniero, aggiuntosi nel cammino, spiegava loro le Scritture. Il Vangelo tocca il cuore e lo "riscalda", ma non quando ci sentiamo buoni, sensibili, religiosi, bensì quando avvertiamo la nostra distanza da Dio, l'unico buono, quando sentiamo il bisogno di aiuto. In un mondo in cui si è fatto più raro il senso della grandezza di Dio e più frequente invece il senso della buona considerazione di se stessi, l'ascolto del Vangelo ci fa scoprire il nostro vero volto. Ed è proprio la coscienza della propria debolezza e della propria cattiveria che spinge a chiedere: "Cosa dobbiamo fare?". Non è una domanda formale; anzi è piena di disponibilità a cambiare il proprio cuore. Non dicono: "Cosa debbono fare gli altri", bensì cosa ognuno di loro deve fare. La risposta è nel Vangelo: seguire Gesù, il pastore buono. Il Vangelo parla di un recinto per le pecore. C'è chi vi entra per vie traverse: costui si insinua come un ladro e un brigante nella notte della paura e della debolezza, per portarsi via il cuore dei discepoli, per fiaccare la loro vita. Può trattarsi di un discorso, di una persona, di un'abitudine o di una qualsiasi altra cosa che però rapina il cuore dei discepoli. C'è invece chi entra nel recinto per la porta: è il pastore delle pecore, il "guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce". Nelle prime apparizioni Gesù ha trovato le porte del cuore dei discepoli chiuse per la paura e l'incredulità. Ora la porta si apre, il pastore entra e chiama le sue pecore una per una: è la parola del Risorto che chiama per nome Maria mentre sta piangendo davanti al sepolcro; è la parola che chiama Tommaso perché non sia più incredulo ma credente; è la parola che chiede a Pietro, "Simone di Giovanni, mi vuoi bene?", per tre volte. È una voce diretta che chiede una risposta altrettanto diretta. Non è una voce estranea. È la voce dell'amico. Essa non conduce in un altro recinto, magari più bello e confortevole; toglie invece ogni recinzione, ogni barriera per porre davanti ai nostri occhi l'orizzonte illimitato dell'amore. Dice Paolo: voi siete liberi da tutto per essere schiavi di una cosa sola, dell'amore. Verso tale amore Gesù ci conduce. Egli cammina innanzi a noi e ci porta verso questo pascolo verde: "Sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza". Chi lo segue sarà salvo, troverà pascolo e "non soffrirà mai la fame... non soffrirà mai la sete" (Gv 6, 35). |