Omelia (15-12-2002)
don Elio Dotto
Inquietati dagli altri ad attendere l’Altro

C'è una certa stizza nelle ripetute domande che i sacerdoti, mandati dai farisei, fanno a Giovanni nel Vangelo di domenica (Gv 1,6-8.19-28). "Chi sei tu? Sei Elia? Sei tu il profeta? Chi sei? Che cosa dici di te stesso? Perché battezzi?". Sono stizziti, i sacerdoti: essi vorrebbero subito definire e giudicare quello strano profeta che si agita e grida nel deserto al di là del Giordano; e sono dunque infastiditi dalle ripetute negazioni che Giovanni oppone alle loro domande.

A chi però lo interroga per giudicare, e non per apprendere, Giovanni non può rispondere diversamente: perché non si può descrivere la sua identità, finché si rimane nel repertorio delle cose note e ben definite. Giovanni è una voce ("voce di uno che grida nel deserto·" Gv 1,23): "una voce, un segno che rimanda oltre di sè; "un indice puntato sull'Altro, quello che viene dopo; "una via attraverso la quale si passa per arrivare altrove.

"Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce", spiega l'evangelista nel prologo: "egli non era la luce, ma doveva rendere testimonianza alla luce" (Gv 1,7-8). Giovanni "soltanto un testimone. E dunque chi vuole definirlo, chi vuole costringerlo a parlare di sè stesso, non può che rimanere deluso: egli non parla di sè, parla dell'Altro che viene dopo. Chi vuole solo giudicare i fatti, ma non " in alcun modo disposto a lasciarsi coinvolgere nei fatti, chi non accetta esortazioni, e tanto meno l'invito a preparare la via del Signore, avrà allora ineluttabilmente l'impressione che Giovanni sia come niente; oppure che sia uno che si nasconde, che si rifiuta di rispondere.

Appunto questa impressione riempie di stizza i sacerdoti. Per capirli meglio, forse dobbiamo confrontare la loro stizza con quella che noi stessi spesso proviamo, quando abbiamo l'impressione che gli altri - gli altri che incontriamo ogni giorno - sfuggano al nostro desiderio di conoscerli, di comprenderli, di definirne l'identità, e soprattutto di prevederne ogni possibile reazione. è questo un desiderio facile, che nasce in noi quasi inavvertito, prima ancora che ce ne rendiamo conto. è un desiderio di chiarezza e di sicurezza: perché, in fondo, ci inquieta che l'altro conservi un qualche margine di mistero.

Ma non è forse proprio questo il più grande servizio che l'altro possa renderci? Non è forse provvidenziale che l'altro ci inquieti, ci riscuota cioè da una quiete che è fatta di abitudine, di ripetizioni monotone, di inerzia senza speranza·, e ci metta così in movimento verso nuovi orizzonti? In fondo, lo voglia o non lo voglia, l'altro è sempre un testimone, uno attraverso cui giunge a noi una parola che ci fa guardare avanti, che ci fa finalmente uscire dal recinto delle nostre sicurezze ovvie e scontate, portandoci ad intravedere quella salvezza che non riusciamo a costruire da soli.

Gli altri, dunque, ci inquietano: e noi possiamo reagire con stizza nei loro confronti, ignorando o anche sopprimendo la loro voce, appunto come avvenne per Giovanni, che alla fine fu incarcerato ed ucciso. Ma se, invece, siamo capaci di dare ascolto a questa voce inquietante degli altri, se siamo capaci di accogliere la loro testimonianza, allora anche per noi si apriranno strade nuove: perché anche noi ci metteremo in attesa dell'Altro, di quello che viene dopo. E così accadrà anche a noi di accogliere quel Signore e Maestro di cui abbiamo bisogno: quel Signore e Maestro davanti al quale ognuno riceverà il suo nome vero, la sua identità fino ad oggi nascosta, la sua salvezza a lungo sperata.