| Omelia (27-08-2017) |
| fr. Massimo Rossi |
|
Commento su Matteo 16,13-20 Ecco il famoso segreto messianico, ormai lo sappiamo: il Signore proibisce ai Dodici di dire ad alcuno che Egli è il Cristo, perché non era ancora giunta la sua ora, l'ora del Calvario, l'ora in cui sarebbe diventato a pieno titolo il Cristo. Questo non lo diciamo solo di Gesù, lo diciamo di tutti, anche di noi! Nell'ultimo istante di esistenza terrena, noi diventiamo pienamente noi stessi; la nostra vita è del tutto compiuta; non ci manca più nulla; siamo finalmente pronti per il Cielo. Questo modo di concepire la morte è decisamente in controtendenza rispetto alla mentalità del mondo: per raggiungere questa convinzione ci vuole una gran fede, e parecchio impegno ascetico: liberarsi dalla zavorra di ciò che appesantisce il corpo, la mente, il cuore... Tenere solo ciò che è essenziale. È un tirocinio che dobbiamo cominciare fin da ora: vivere in prospettiva del compimento. Come dice il Signore durante la cena di addio: "Ora l'anima mia è turbata; e che cosa dirò: Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!..." (Gv 12,27). Chiuso il discorso sul segreto messianico, ma non la riflessione personale sul senso cristiano della morte, concentriamoci sul dialogo tra Gesù di Nazareth e Pietro: le domande che Gesù rivolge ai suoi sono separate dalla congiunzione avversativa ‘ma', segno che le due risposte sono diverse; mentre la gente pensa che si tratti del ritorno di uno dei profeti redivivo - ritorno annunciato peraltro dalle Scritture -, Pietro confessa che Gesù è il Cristo, il Messia atteso da sempre, ed ora finalmente arrivato. Ma anche le domande erano formulate in modo diverso: nella prima Gesù chiede a proposito del Figlio dell'uomo; nella seconda chiede a proposito di sé. Chissà, forse Gesù un po' ci sperava che qualcuno tra gli Apostoli rispondesse correttamente... Al tempo stesso, il Signore si rendeva conto che l'uomo non è in grado da solo di capire ciò che sta dietro - o dentro - la Sua persona; il massimo che può fare, che possiamo fare, è ricondurre a qualcosa, a qualcuno di già visto, di già conosciuto... come appunto faceva la gente, vedendo in Lui la reincarnazione o, più genericamente, il ritorno di un eroe del passato. Per intuire, per credere che l'uomo di Nazareth fosse il Messia in persona, ci voleva, ci vuole un'ispirazione del Padre. Gesù lo sa e a Pietro glielo dice chiaro e tondo. Ma ecco il colpo di scena: per quella risposta, Pietro si guadagna il primato sugli Apostoli, e anche le chiavi del Regno dei Cieli, metafora che allude al potere di assolvere, o non assolvere i peccati. Si tratta di un potere che, solo a pensarci, fa tremare le vene ai polsi... Con questa dichiarazione, il Signore si impegna a rispettare le scelte dei suoi ministri... L'assoluzione validamente data in terra dal prete, Dio la sottoscrive anche in Cielo; se il prete non assolve in terra, neanche Dio assolverà in Cielo. Riflettendo su questo tremendo potere, potremmo aprire la questione della maturità dei ministri ordinati necessaria ad amministrare discrezionalmente il sacramento del perdono... Ma non è il luogo, né il momento...
|