| Omelia (20-08-2017) |
| fr. Massimo Rossi |
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Gesù era un uomo di larghe vedute! Non si formalizzava se colui, colei che gli chiedeva aiuto fosse persona religiosa, praticante oppure no. La donna cananea non era israelita; del resto, il Maestro di Nazareth stava attraversando la regione abitata dai Cananei... Tanto per rinfrescarci la memoria storica, cananei erano gli insediamenti che le tribù del futuro Israele trovarono in Palestina, quando varcarono il Giordano; per potersi stabilire nella Terra Promessa, espugnarono le città-stato cananee, votando allo sterminio i loro abitanti. Non stupiamoci dunque se tra Cananei e Israeliti non corresse buon sangue... Ma, si sa, di fronte alla malattia di un figlio, questioni politiche e vecchi rancori passano in seconda linea... Pur di non veder più soffrire suo figlio, sua figlia, un genitore è disposto a tutto, fosse anche rivolgersi al nemico storico della propria gente. E così, la protagonista del Vangelo di oggi, sentito parlare di Gesù, dei suoi poteri taumaturgici, e avendo saputo che si trovava proprio nella sua regione, ne approfittò. E quando le capitava un'altra occasione così? (perdonate l'italiano poco elegante) Il tema delle Letture è la fede: citando sant'Agostino, Lutero dichiara: "Pecca fortiter, sed crede fortius!", che, tradotto liberamente significa: la tua fede sia più forte del (tuo) peccato; chiaramente, una battuta ad effetto... ma che rilancia la questione di quale sia la priorità per un cristiano: lavorare sulla propria fede. Al centro della nostra attenzione non c'è il peccato, ma la fede. E, dal momento che la fede è il criterio di discernimento dei peccati, la forza che, sola, può contrastare in modo efficace le tentazioni e i peccati, lavorare sul versante della fede significa anche opporre resistenza alle tentazioni e ai peccati. Ora, a venti secoli dai fatti raccontati nel Vangelo, alla luce del cammino che la riflessione teologica ha compiuto, potremmo disquisire se la donna Cananea avesse veramente fede nel Dio di Gesù Cristo, oppure credesse nell'uomo di Nazareth, non in quanto Messia, ma in quanto guaritore... Così facendo, si finisce per astrarre dalla situazione contingente e inoltrarsi nel dibattito accademico... Siamo un po' tutti debitori del Concilio di Trento: da quando la Chiesa della Controriforma cominciò a pubblicare i manuali di morale per i preti e i catechismi per il popolo di Dio, l'attenzione del clero - pastorale - e la sensibilità dei fedeli si focalizzarono sugli atti morali, in particolare su quelli sbagliati, sui peccati. I sacramenti vennero intesi da entrambe le parti come medicina per l'anima, più che come incontro d'amore con Dio. La liturgia andò gradatamente perdendo la sua identità di luogo di rivelazione di Dio, per essere classificata sul piano morale, come atto religioso; (la liturgia) diventò la virtù di religione, e tale è rimasta fino al Vaticano II, e ancora dopo... E la fede? Fede e religione sono diffusamente ritenute più o meno sinonimi. In altre parole, credere in Dio significa andare a Messa la domenica, svolgere pratiche religiose... Prima di imbattersi in quella mamma disperata, il Signore aveva a lungo discusso proprio sul comportamento religioso, ponendo la questione se, per essere uomini e donne di fede, bastasse onorare le tradizioni religiose dei padri e compiere atti di culto (cfr. Mt 15): "Misericordia voglio, e non sacrifici!", aveva ricordato Gesù, citando Isaia; naturalmente, la sua presa di posizione non era piaciuta ai capi del popolo e ai sommi sacerdoti.
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