Omelia (10-04-2005)
don Fulvio Bertellini
Gli occhi chiusi

Colpisce in questi giorni di lutto per il papa il facile inganno in cui cadono i giornalisti, e inevitabilmente noi ascoltatori: ciascuno lo tira dalla sua parte, gli attribuisce i propri valori, a volte anche in maniera improbabile, dimenticando il vero, costante riferimento di Giovanni Paolo II: l'annuncio del Vangelo di Gesù. Possiamo anche discutere su certi modi, certe tematiche, certe scelte, ma non si può negare che è stato Cristo la sua fonte ispiratrice - ed è proprio questo che l'attuale bagarre mediatica tende ad oscurare. Ma non è solo un problema dei giornalisti: "i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo". Luca ci presenta due discepoli che camminano con Gesù senza riconoscerlo, e nello stesso tempo vuol trasmettere a noi lettori l'interrogativo inquietante, la pulce nell'orecchio: siamo sicuri che per caso egli non stia camminando con noi, e non ci stia manifestando la sua presenza? Non stiamo per caso oscurando, nella nostra vita di cristiani e nella vita delle nostre comunità, la presenza sorprendente del Risorto?

La ritirata

Se così fosse, saremmo molto simili ai due discepoli che si allontanavano da Gerusalemme, città santa, verso un villaggio anonimo e insignificante: cristiani senza Risorto, crocifissi negli animi, senza speranza di risurrezione, uomini che hanno smesso di sperare. Proseguendo nella narrazione veniamo a sapere che non erano completamente all'oscuro: avevano avuto notizia del sepolcro vuoto, dell'annuncio delle donne, della conferma da parte di chi si era mosso per vedere. I due che fuggono da Gerusalemme a Emmaus hanno avuto la notizia. Ma non è diventata Buona Notizia, Lieto Annuncio, in greco "Eu-anghéllion", in latino "Evangelum", da cui la parola italiana "vangelo". Ed è significativo che questa parola passando dal greco, al latino, all'italiano, sia passata ad indicare il libro. Mentre prima indicava il messaggio sconvolgente di cui si conserva traccia nelle pagine scritte. Troppo spesso la nostra fede è diventata un libro, o una serie di libri che abbiamo letto, o una serie di formule o di slogan di cui ci siamo superficialmente imbevuti. Per i più anziani sono le formule del catechismo; per gli adulti i sogni dell'età sessantottina o giù di lì, per i giovani una canzone imparata al camposcuola in montagna o alla Giornata Mondiale della Gioventù. Cose anche belle, solo che - pensiamo - la vita vera è un'altra cosa: la fatica di crescere, la fatica di tirare avanti, di lavorare, di mantenere una famiglia, la delusione di restare soli, dimenticati, con i propri dolori e i propri ricordi.

"Ciò che vi è accaduto in questi giorni"

I due discepoli, dunque, ciechi alla vista del risorto, sono divenuti portatori di notizie e di chiacchiere, non più depositari di un lieto messaggio. E tali rischiamo di essere anche noi. Per loro, Gesù è morto e sepolto; per noi, la nostra vita rischia di ridursi a fatiche, dolori, lotte, delusioni. Se ci badiamo, anche Gesù era giunto ad un punto molto simile: nell'ultima cena, di fronte alla constatazione del tradimento, della fine imminente, del rinegamento dei discepoli. Eppure, ricordiamo che Gesù aveva preso una via completamente diversa: con il gesto di benedire, spezzare e consegnare il pane, Gesù aveva tracciato un percorso di speranza sulla via della croce: "Ti benedico Padre, questo è il mio corpo, la mia vita, data per voi... Ti benedico, Padre, perché verserò il mio sangue... ma sarà sangue di alleanza, per la remissione dei peccati. Prendete e bevete". Così, se perdonate la povertà dell'espressione, possiamo tentare di parafrasare la ricchezza simbolica dei gesti e delle parole di Gesù sul pane e sul calice. E noi vediamo quel gesto ripetersi davanti ai discepoli di Emmaus, dopo che le sue parole hanno illuminato la traiettoria della sua vita, svelando il senso più profondo delle Scritture: la croce come passaggio verso la gloria, le sofferenze come strumento misterioso per donare la propria vita... il Risorto continua a donarsi ad ogni discepolo e ad ogni uomo, senza più il vincolo della presenza fisica. Il che può trasformare completamente tutte le nostre fatiche, tutte le nostre sofferenze, tutte le nostre delusioni. Perché forse è proprio lì che il Risorto, oggi, se i nostri occhi si aprono, ci dà la forza di amare oltre le nostre forze, oltre le nostre speranze, al di là delle nostre attese.


Flash sulla I lettura

In tutto il tempo pasquale, per antica tradizione della Chiesa, non si legge l'Antico Testamento. E' un periodo in cui la profezia tace e si mostra il compimento, la realizzazione delle antiche promesse. In realtà, i brani degli Atti che leggiamo rappresentano tutti la continuazione di ciò che Dio aveva anticipato nei confronti dei figli di Israele, e che ora in Cristo trova la sua pienezza.
Il brano di oggi si apre con una decisa denuncia nei confronti di coloro che hanno consegnato Gesù nelle "mani di empi", facendosi responsabili della sua morte. La dimensione della denuncia è sempre presente nell'annuncio della Pasqua: la novità di Cristo fa emergere per contrasto la nostra decadenza, le nostre resistenze, l'indurimento del nostro cuore. Non si tratta però di una denuncia astiosa: nel momento stesso in cui Pietro svela ai suoi interlocutori la loro pesante responsabilità nella morte di Gesù, svela anche la sorprendente salvezza che Dio offre con la sua risurrezione.
Al cuore del brano sta l'interpretazione di un salmo: l'Antica Alleanza non è cancellata, ma confermata in maniera imprevedibile. La promessa fatta a Davide trova in Gesù una conferma insperata, dopo che con l'esilio e la fine del potere politico-monarchico sembrava destinata ad essere cancellata.

Flash sulla II lettura

"Se pregando chiamate Padre colui che senza riguardi personali giudica...": l'apostolo fa porre l'attenzione sulla preghiera dei cristiani e sul suo aspetto paradossale. Colui che chiamano "Padre" è anche il giudice di tutte le cose. La paternità di Dio non annulla la sua giustizia, e non annulla neppure la nostra responsabilità di uomini, chiamati ad essere segno del suo amore nel mondo. Poterlo chiamare "Padre" è un dono, un privilegio, che rischia sempre di essere preso sottogamba, banalizzato. Da qui l'invito: "comportatevi con timore nel tempo del vostro pellegrinaggio". Non si tratta di ritornare alla paura di Dio, ma di apprezzare fino in fondo ciò che ci è stato donato, di averne cura come faremmo per un oggetto di grande valore, che ci è costato caro e a cui teniamo.
Anche per la nostra generazione cristiana il rischio della banalizzazione ritorna. Diamo per scontato che Dio sia Padre, che Gesù ci abbia liberati dal peccato, che siamo chiamati ad essere testimoni del suo amore... Pietro ricorda che siamo stati liberati "con il sangue prezioso di Cristo": la gioia della risurrezione non ci può far dimenticare la serietà della storia di salvezza in cui siamo inseriti e di cui siamo chiamati da Cristo stesso a diventare protagonisti.