| Omelia (10-04-2005) |
| don Marco Pratesi |
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Riconoscere il Signore La morte in croce di Gesù era stato un evento rilevante. Chi non credeva in lui vi aveva trovato una conferma alle proprie posizioni: se Dio fosse stato dalla sua parte non l'avrebbe lasciato morire così. Chi credeva in Gesù aveva preso una batosta: come ha potuto Dio abbandonare così Gesù? la potenza di Dio è stata sconfitta? e allora, chi è questo Gesù? Più si era creduto in lui, più si era adesso delusi. La buona notizia era diventata la peggiore notizia possibile. La morte di Gesù uno scandalo, un blocco per la fede. Come gli altri, anche i due discepoli in cammino verso Emmaus hanno sperato, ma la realtà li ha disingannati. Pensano ancora che Gesù sia stato un profeta ma (come è successo tante altre volte, questa volta peggio) il male, nelle sue varie espressioni, ha avuto la meglio. Questa è la loro lettura della croce: il male ha prevalso. Lettura sbagliata. Se fossero rimasti in questa visione la croce per loro non sarebbe stata salvezza, ma maledizione; e il loro cammino una strada verso la disfatta. Gesù li invita a capire il valore vero della sua morte: la croce non è il fallimento del progetto di Dio ma la sua realizzazione. Proprio lì infatti Dio si fa conoscere e ci fa arrivare il suo amore. I due cominciano a capire, il cuore comincia ad ardere in petto. Ma ancora non vedono chiaro. Solo quando Gesù fa il gesto caratteristico del suo amore, il dono di sé nel pane, allora capiscono, allora lo riconoscono. Si rendono conto in quel momento di chi è Gesù: colui che si dà per loro, per noi, per tutti. Comprendono che per questo è morto, non perché è stato sconfitto. E comprendono che "non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere" (I lettura: una sintesi del modo in cui gli apostoli, istruiti da Gesù e dallo Spirito, hanno letto la croce): un amore così non può essere vinto da niente. Anche noi dobbiamo fare la stessa esperienza. Tutte le volte che ci imbattiamo nelle vittorie del male, nelle cattive notizie che sembrano smentire la buona, abbiamo bisogno di ritrovare il senso profondo delle cose, che "ci siano aperti gli occhi", altrimenti battiamo in ritirata, abbandoniamo la speranza, perdiamo la fede, smettiamo di credere all'amore. Guardando a Gesù e alla sua croce, cerchiamo allora di cogliere il senso del piano di Dio. Egli è fedele al suo amore fino alla fine, fino alla totalità del dono, fino alla morte. Questo amore è vittorioso. Questa è la parola definitiva sulla (nostra) storia. Il senso ultimo è lì, non altrove. Nessun dolore, nessuna disperazione rimane fuori da questa parola ultima. Per scoprire questo non è però sufficiente avere in mente qualche formula catechistica: occorre che ci siano aperti gli occhi del cuore. Il Vangelo oggi ci indica due strumenti indispensabili: la Parola e l'Eucaristia. Occorre leggere costantemente la storia di Gesù alla luce di tutta la Scrittura. Senza la Parola, la croce non può che essere una conferma che non ci si può fidare di Dio. Nel pane spezzato, segno di Gesù che si dona, abbiamo l'altro grande segno che ci svela il mistero della croce e della sapienza di Dio. È quello il luogo dove Cristo si fa riconoscere come presente e vicino. Signore, "donaci il tuo Spirito, perché nella celebrazione del mistero eucaristico riconosciamo il Cristo crocifisso e risorto che apre il nostro cuore all'intelligenza delle Scritture, e si rivela a noi nell'atto di spezzare il pane". All'offertorio: Pregate fratelli e sorelle perché questo sacrificio sia incontro col Risorto, e sia gradito a Dio Padre Onnipotente. Al Padre Nostro: Illuminati dalla Parola del Signore e consolati dalla sua risurrezione, preghiamo insieme a lui: |