Un Dio nascosto nel piccolo, nel semplice, nel quotidiano
Ancora una volta una parabola, un racconto aperto, un racconto che non dice: è così, punto e basta, un racconto che ti chiede di entrare dentro, di prendere una posizione, di interpretare, di dire la tua. E ancora una volta il seminatore, ancora una volta Dio, che non è colui che miete, o colui che separa (questo sarà compito degli angeli), ma colui che semina, colui che da inizio, colui che avvia, colui che tiene insieme. Colui che, se sperava anche nei sassi o nelle spine o nella strada (domenica scorsa), possiamo credere che speri fino all'ultimo anche nella zizzania e nel suo cambiamento.
La scintilla che fa "esplodere" la parabola (sono parole del cardinal Martini), nasce dalla forza di un annuncio e dalla controforza di una resistenza. La gente vede qualcosa di clamoroso e chiede: dov'è il regno di Dio? Anche oggi, almeno in Europa, la gente corre facilmente là dove si parla di un'apparizione, di una rivelazione; probabilmente ha bisogno di cose visibili, un po' sensazionali; le persone stentano ad accettare che il regno sia nelle cose semplici, piccole, quotidiane, insignificanti. Gesù viene come per nascondersi nelle profondità della terra, o nell'impasto della farina e la gente chiede: dov'è questo seme? Dov'è questo regno? Quindi è urgente aprire gli occhi e capire che il regno è qui, malgrado non abbia l'appariscienza e la strapotenza che noi immaginiamo debba avere il mistero di Dio. La gente però che fa fatica a capire il piccolo seme farà ancora più fatica ad accettare che il regno venga mediante la croce!
Dio pianta dei semi: lo dicevamo con i bimbi del campo, dei figli accolti, amati e perdonati, ascoltando insieme la storia della Bottega dei doni di Dio:
Una notte ho sognato che in una via del mio quartiere era stata aperta una nuova bottega con l'insegna: "Dono di Dio". Entrai e vidi un angelo dietro al banco. Meravigliato, gli chiesi: "Che vendi, carissimo angelo?" Mi rispose: "Ogni ben di Dio!". "e dimmi: Fai pagare caro?" "No, i doni di Dio sono tutti gratuiti". Contemplai il grande scaffale con anfore d'amore, flaconi di fede, pacchi di speranza, scatole di salvezza..., e così via. Mi feci coraggio e poiché avevo un immenso bisogno di tutta quella mercanzia, chiesi all'angelo: "Dammi un bel po' d'amore di Dio, tutto il perdono, un cartoccio di fede e salvezza quanto basta!" L'angelo, gentile, mi preparò tutto sul bancone. Ma quale non fu la mia meraviglia vedendo che, di tutti i doni che avevo chiesto, l'angelo mi aveva fatto un piccolissimo pacco, delle dimensioni del mio cuore! Esclamai: "Possibile, Tutto qui?" Allora l'angelo, solenne, mi spiegò "Eh si, mio caro! Nella bottega di Dio non si vendono frutti maturi. Ma soltanto piccoli semi da coltivare!".
Parabola non facile quella della zizzania, non facile per me che faccio fatica ad accettare che il bene e il male convivano. Parabola non facile, perché mette in luce il mio desiderio di giudicare, di affettare, di sradicare, di condannare, di escludere: pensavo proprio all'esperienza dei campi e alla facilità con la quale dico: non ce la faccio proprio più a sopportare questi bambini che stanno rovinando l'attenzione degli altri, che non sia arrivato finalmente il tempo di separare il grano dalla zizzania? Ecco: l'esatto contrario di quanto Gesù racconta nella parabola. Per questo, quella della zizzania è una parabola quanto mai opportuna: perché mi ricorda che Dio il grano e la zizzania li ha proprio pensati così: devono crescere insieme. Bello anche che questa parabola sia un racconto di sguardi: lo sguardo dei servi, che si fissano sulle erbacce, sulla zizzania; lo sguardo di Dio, che invece si fissa sul buon grano. Ecco allora che l'invito della parabola ci appare in tutta la sua chiarezza: conquistare lo sguardo di Dio. Solo così posso capire che quello che molto frettolosamente avevo classificato come zizzania in realtà era un germe di tenerezza, di dolcezza, di partecipazione, bastava dare il tempo del quale avrebbe avuto bisogno, bastava dare un po' di fiducia, bastava scavare un po' di più in profondità.
Sento che questo è importante nel rapporto oltre che con gli altri, anche con noi stessi: siamo chiamati a scoprire e a conoscere ciò che di bello, di buono, di vitale, di promettente Dio ha seminato in noi e nei nostri fratelli e sorelle. E' davvero un insegnamento importante quello della parabola: di fronte a quella parte di noi pronta a strappare, a sradicare, a separare, siamo invitati ad assumere l'atteggiamento di Dio che è fatto di pazienza, di mitezza, di fiducia: non è a strappi che cresciamo e facciamo crescere, ma, come dice la prima lettura giudicando con mitezza, governando con indulgenza, amando, infondendo dolce speranza, concedendo la possibilità di pentirsi e come dice il testo originale ebraico: rendendo gli occhi dei figli pieni di speranza. Gesù questo ce lo ha insegnato con la sua vita: splende quel seme di luce seminato in Zaccheo, nel ladrone pentito, nella donna adultera, nel pubblicano Matteo, nel figlio che allontanatosi da casa ha dilapidato tutte le sue sostanze. E' proprio uno sguardo diverso quello di Dio: possa essere così il nostro sguardo, uno sguardo che sappia cogliere il bene che abita in ogni uomo.
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