| Omelia (03-04-2005) |
| don Mario Campisi |
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Credere senza aver veduto Il brano evangelico di questa domenica è la chiave di lettura di tutto il resto. Infatti il Vangelo di oggi riferisce due apparizioni del Risorto: l'una ai discepoli, nella sera dello stesso giorno di Pasqua, l'altra a Tommaso, otto giorni dopo. Ai vv. 31-32 si ha la prima conclusione dell'intero Vangelo. Se ogni domenica è Pasqua nel senso che in ogni "giorno del Signore" si rinnova, nella fede, il mistero della sua risurrezione, a maggior ragione è Pasqua questa domenica: le due Cristofanie riferite dal brano evangelico hanno luogo l'una "nella sera dello stesso giorno" della risurrezione di Gesù, l'altra "otto giorni dopo", cioè oggi. L'indicazione della liturgia è chiara: vivere questa domenica sull'onda della verità di Pasqua, nella quale Dio "ci ha rigenerati ad una speranza viva mediante la risurrezione del suo Figlio". L'inizio del racconto vuole far capire che il Risorto che appare è il Cristo crocifisso sul Calvario. Da una parte l'entrare a porte "chiuse", il fermarsi "in mezzo" agli apostoli e il rivolgere loro la parola dicono chiaramente che Gesù è vivo e possiede l'esistenza del tutto nuova del risuscitato in senso proprio, non quella del semplice rivivificato (come Lazzaro). D'altra parta Gesù "mostrò loro le mani e il costato", cioè i segni del martirio. Il mistero pasquale consiste proprio nell'identità tra il Gesù del venerdì santo e il Signore della domenica di Pasqua e di tutto il tempo della vita della Chiesa. Gesù dice a i suoi: "Pace a voi!". Con questa frase egli non riprende il saluto abituale tra gli ebrei; vuole dare la sua "pace" di Verbo eterno e incarnato, di crocifisso e risorto: "Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore". L'evangelista descrive così la reazione dei discepoli: "E i discepoli gioirono al vedere il Signore". Al "timore dei giudei" subentra ora la gioia piena proprio per l'apparizione del Signore, termine che il Nuovo Testamento riserva abitualmente al Cristo risorto e glorioso. I doni del Risorto possiamo ridurli a tre: il conferimento della missione, il dono dello Spirito Santo, il potere di rimettere i peccati. "Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi". Con realtà Gesù conferisce ai suoi la missione che ha ricevuto dal Padre. "Gesù alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo". Questo contesto generale ci porta a ritenere che nel nostro versetto si parli di un nuovo atto creativo: mediante lo Spirito, il suo Spirito di Risorto, Gesù compie nei discepoli una loro nuova creazione. Questo dono nella sera di Pasqua garantisce la realizzazione delle varie promesse durante l'ultima cena. "A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete resteranno non rimessi". Il Risorto conferisce questo potere a quanti si trovano in quel determinato luogo a porte chiuse, cioè agli apostoli; conseguentemente si tratta di un potere di carattere ecclesiale concesso agli apostoli e ai loro successori. Nella seconda apparizione, avvenuta "otto giorni dopo", predominano la persona del Risorto e quella di Tommaso. Quest'ultimo è disposto a fare propria la gioia degli altri discepoli a condizione che controllerà personalmente i segni della passione sul corpo di Gesù. Con questo atteggiamento di Tommaso, l'evangelista ha modo di portare avanti, e in tono polemico, l'identità già riscontrata tra Risorto e Crocifisso. Si può notare una sconfinata condiscendenza di Gesù che viene incontro alla pretesa di Tommaso e lo porta a proferire la più alta professione di fede presente nel vangelo di Giovanni: "Rispose Tommaso: Signore mio e mio Dio!". Lo sfondo per capire tale risposta è quello dell'Antico Testamento, dove le parole "Signore" e "Dio" corrispondono ai nomei ebraici di "JHWH" e "ELOHIM". Qui viene proclamata esplicitamente, con la tecnica di trasferire su Cristo quanto l'Antico Testamento dice di JHWH, la divinità del Croscifisso-Risorto che Tommaso ha davanti. Le altre professioni di fede che possiamo rintracciare nel vangelo di Giovanni - quali quella di Natanaele, di Simon Pietro, degli abitanti di Sicar, del cieco nato e di Marta - rimangono al di sotto di quella di Tommaso. Da questo momento in avanti il resto del nostro testo non fa altro che sottolineare il tema della fede. "Beati quelli che pur non avendo visto crederanno". Giovanni dà grande importanza ai verbi "credere", "conoscere", "vedere", "testimoniare". Il testo quindi, non vuole squalificare il "vedere" di Tommaso, ma sottolinea che nel corso dei secoli è la Chiesa che conserva la visione dei primi discepoli e la trasmette nella testimonianza della sua predicazione. Precisamente va in questo senso la conclusione del brano di oggi: "Questi segni sono stati scritti perché crediate...". L'intero brano evangelico odierno deve essere letto in chiave liturgica ed eucaristica, nel contesto dell'assemblea domenicale. E' quanto ci suggeriscono le frasi: "la sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato", cioè la domenica; "otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa", dove quel "di nuovo" suggerisce che i discepoli si riunivano ogni settimana, di domenica, e non ogni giorno. Così il Risorto continua ad ammaestrarci mediante l'insegnamento degli apostoli, ritorna presente in mezzo a noi nella "frazione del pane", noi lo incontriamo "nella preghiera" e gli rendiamo testimonianza mediante la comunione fraterna. |