| Omelia (18-06-2017) |
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Commento su Giovanni 6,51-58 COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di Rocco Pezzimenti 1. Siamo nella festa che segna il mistero cruciale della nostra fede, la festa dell'Eucarestia. A questa è legata la nostra speranza futura perché all'Eucarestia il Cristo lega strettamente la vita eterna: "se uno mangia di questo pane vivrà in eterno" e, per non essere frainteso, precisa: "il pane che io darò è la mia carne, per la vita del mondo". Chi lo ascolta è allibito: "Come può costui darci la sua carne da mangiare?". È sicuramente un annuncio che provoca sorpresa, quella che, in un altro senso, manca oggi a noi. Dovremmo, ogni volta, stupirci di fronte a questo mistero di amore che costituisce il fondamento della nostra salvezza e, invece, restiamo tiepidi. 2. Eppure Gesù, quasi a scansare ogni equivoco, ribadisce: "se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita". Anzi, è proprio alla consumazione di questo nuovo cibo che è legata la resurrezione dell'essere umano e la sua salvezza in quanto, solo chi ne mangia, "io lo resusciterò nell'ultimo giorno". È la consumazione di questo cibo che determina la nostra trasformazione: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, ed io in lui". Non si tratta di un cibo qualunque. È ancora più prezioso della manna perché di questa "mangiarono i padri e morirono: chi mangia questo pane vivrà in eterno". 3. Cristo, a fugare ogni dubbio sul mistero, conferma ancora: "la mia carne è un vero cibo e il mio sangue è una vera bevanda". Questa affermazione è il fondamento della nostra fede, ma anche il fondamento della Chiesa stessa. A dircelo è lo stesso Paolo, con la sua esemplare chiarezza: "Dal momento che vi è un solo pane, noi, che siamo molti, formiamo un solo corpo; poiché noi tutti siamo partecipi di questo unico pane". È questo il fondamento del Corpo Mistico che è la Chiesa. Per questo corpo preghiamo il Padre di darci ogni giorno il "nostro pane quotidiano". Nostro e non solo mio. Pane della vita e del perdono che dobbiamo esercitare tra noi. 4. Paolo avverte il grande mistero di questo pane ricordandoci il segno della comunione che emerge da questo nuovo cibo: "Il pane che spezziamo non è forse una comunione con il corpo di Cristo?". La stessa cosa vale per il suo sangue che sostituisce, annulla e rende vano ogni altro sacrificio e olocausto. È il nuovo ed eterno sacrificio dal valore incommensurabile e infinito. Sacrificio che ci unisce alla divinità e che, in modo incomprensibile, ci deifica e ci immerge nella vita di Dio. 5. Dovremmo sentire la fame di questo nuovo pane, come quella provata nel deserto che fece desiderare la manna da tutti sconosciuta e concessa dal Signore per far vedere che era il suo cibo e che ne prefigurava un altro. La lettura dell'Antico Testamento è chiarissima: "la manna che tu non conoscevi né i tuoi padri conoscevano" fu concessa "per insegnarti che l'uomo non vive soltanto di pane", cioè di pane fatto dall'uomo, ma di ben altro, come la manna fatta da Dio e che prefigura il nuovo pane degli angeli. |