Omelia (20-03-2005)
don Remigio Menegatti
Mio Dio, mio Dio, perche' mi hai abbandonato (186)

Per comprendere la parola di Dio alcune sottolineature
La prima lettura (Is 50, 4 - 7) presenta la figura del servo di Dio a cui è affidato il compito di portare a chi soffre un messaggio di speranza; per primo ascolta ciò che deve condividere con i poveri. Nonostante l'opposizione che si abbatte su di lui e le prove che deve sostenere continua a confidare nel Signore. Il vangelo (Mt 26, 14 - 27, 66) individua in Gesù questa figura di servo sofferente, che non smette di sperare nel Padre e trova in lui la forza di affrontare la passione. Egli subisce questa sofferenza proprio per aver annunciato con parole e gesti d'amore, la tenerezza di Dio, Padre buono che ama tutti gli uomini. Gesù sperimenta fino in fondo la fedeltà di Dio, anche nella sofferenza e nella morte.

Salmo 21

Mi scherniscono quelli che mi vedono,
storcono le labbra,
scuotono il capo:
«Si è affidato al Signore, lui lo scampi;
lo liberi, se è suo amico».

Un branco di cani mi circonda,
mi assedia una banda di malvagi;
hanno forato le mie mani e i miei piedi,
posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sul mio vestito gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, accorri in mio aiuto.

Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all'assemblea.
Lodate il Signore,
voi che lo temete,
gli dia gloria la stirpe di Giacobbe,
lo tema tutta la stirpe di Israele.

Anche questa volta le ultime parole illuminano tutto il resto del salmo: il servo di Dio rinnova il suo proposito di annunciare il nome del Signore tra i suoi fratelli. Sono essi la vera discendenza di Giacobbe e d'Israele, stirpe eletta che sa riconoscere e accogliere il profeta, a differenza dei suoi nemici che lo insidiano con accuse.
Si trova infatti ad essere come animale da preda inseguito da un branco di cani, e alla fine vinto e legato. I suoi avversari lo dichiarano già morto e quindi si dividono le sue vesti, pensando che ormai sia inutili per lui.
È messa in discussione la sua stessa fiducia in Dio: i suoi avversari dicono che si è affidato a qualcuno che non lo può liberare.
Lui invece, con fede salda, rinnova la richiesta di aiuto, anche se attorno a lui c'è ostilità e opposizione: i suoi nemici "storcono le labbra, scuotono il capo", come a dichiarare che per lui non c'è alcuna possibilità di salvezza.

Un commento per ragazzi
Siamo giornalisti inviati dal caporedattore della televisione locale per un servizio sull'esecuzione capitale di alcuni condannati, e abbiamo poco tempo per preparare il pezzo (così si chiama il nostro contributo giornalistico) e inserirlo nell'edizione della sera. Sappiamo che lo spazio a nostra disposizione sarà limitato per le tante notizie e comunicati riguardanti la festa di pasqua ormai imminente. Cosa dire di quei tre condannati? Di due sappiamo ben poco; uno invece lo abbiamo seguito fin dal processo che si è tenuto prima ad opera del Sinedrio, riunito a casa di Caifa', il sommo sacerdote. Il Sinedrio aveva poi "rimandato il caso" a Pilato, perché autorizzasse la condanna a morte.
Pilato, il governatore romano, alla fine, aveva deciso di acconsentire alla richiesta del Sinedrio. Per la verità aveva cercato anche strade alternative, come la librazione di un condannato per la festa di Pasqua; la gente aveva preferito Barabba.
Per realizzare il nostro servizio decidiamo di intervistare alcune persone presenti. Alla fine, vista la varietà dei pareri, dobbiamo decidere se stare dalla parte del condannato o dei suoi accusatori, se presentarlo come un malfattore, bestemmiatore, contro la sua fede e contro l'autorità dei Romani, oppure come un giusto, innocente che subisce un grave torto e viene condannato. Quali parole inseriamo nel nostro servizio? A chi lasciamo l'ultima parola, quella che gli spettatori si ricorderanno quando il nostro pezzo sarà terminato e si passerà al servizio sulle tradizioni locali per la festa che ricorda e celebra l'uscita dall'Egitto?
Possiamo rilanciare le accuse feroci: «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!», come pure «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. È il re d'Israele, scenda ora dalla croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio; lo liberi luiora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: Sono Figlio di Dio!».
Possiamo inserire anche le sue stesse parole: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». E subito dopo, come risposta la replica dei suoi accusatori, piena di scherno e disprezzo: «Lascia, vediamo se viene Elia a salvarlo!».
Oppure decidiamo di affidare l'ultima battuta a chi è nello stesso tempo autorevole, come centurione romano, ed estraneo, non appartenendo al popolo ebreo; uno che non è coinvolto in nessuna idea religiosa: un "laico"? C'è poco tempo, stiamo per andare in onda!

Il centurione ci ha detto: «Davvero costui era Figlio di Dio!». Con queste parole chiudiamo il nostro pezzo. Non immaginiamo che il nostro pezzo ritornerà d'interesse proprio fra un paio di giorni, quando comincerà a girare la notizia della tomba vuota. Il caporedattore, rientrato in fretta dalle vacanze pasquali, ci manda ancora sul luogo, poco lontano dal posto dell'esecuzione, a filmare un tomba vuota per spiegare il motivo di quel fatto: furto di cadavere, o risurrezione di quel condannato?
Chi avrà ragione: chi gridava accuse sotto la croce o il centurione, che crede in quel condannato?

Un suggerimento per la preghiera
Signore, noi sappiamo bene chi ha ragione. Noi siamo sicuri di come aprire il servizio che presenta la più grande notizia che sia mai stata data da chiunque: tu sei davvero il Figlio di Dio. Ti sei affidato al Padre, hai confidato in lui anche quando tutti ti dicevano che non ti avrebbe salvato, che eri abbandonato da tutti e soprattutto da Dio.
Noi sappiamo che la tua invocazione in croce terminava con le parole: "Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli, ti loderò in mezzo all'assemblea. Lodate il Signore, voi che lo temete, gli dia gloria la stirpe di Giacobbe, lo tema tutta la stirpe di Israele."
Grazie per questo dono d'amore.