Omelia (30-04-2017)
don Maurizio Prandi
La perfezione di Dio

Una domanda suggeritaci durante un incontro ci sta guidando in questo tempo di Pasqua: come e dove posso riconoscere Gesù Risorto? Domenica scorsa ci siamo dati una prima risposta, forse sempre la solita ma è importante ricordarla: le ferite che Gesù mostra sono il segno distintivo del Risorto.

È come se avessimo messo in difficoltà la definizione classica del catechismo riguardo a Dio che è l'essere perfettissimo, Creatore e Signore del cielo e della terra... venerdì sera, durante la condivisione abbiamo continuato su questa linea, facendoci una domanda: dove sta la perfezione di Dio? Cosa vuol dire essere perfetti? Ci è sembrato importante sottolineare l'importanza e la forza dell'immagine che il vangelo ci consegna in questa domenica e partendo da lì siamo arrivati alla conclusione che la perfezione del pane non sta nell'essere bello a vedersi o nell'essere cotto a puntino o nella fragranza del suo profumo appena uscito dal forno. La perfezione del pane sta nell'essere spezzato, sta nel fatto che a quel pane ne manca un pezzo perché lo hai dato a qualcuno. La perfezione di Dio non sta (diceva qualcuno...) nel fare qualcosa di eclatante o di mirabolante per farsi riconoscere, ma nello scegliere la Scrittura (Mosè e i profeti) e il pane.

Ieri mi faceva molto pensare e commuovere il racconto della perfezione di Dio in Gesù... la perfezione per lui è amare sino a morire, sino a perdersi... li amò fino al compimento, fino al punto più alto, fino alla perfezione scrive Giovanni nel suo vangelo --> la perfezione è il servizio, è il lavare i piedi a tutti i discepoli... la perfezione è l'ultima parola sulla bocca del Gesù terreno: è compiuto... è perfetto (mammamia... quanto sono distante... che brividi al solo pensiero...!)

Dio in Gesù si immerge nella perfetta lontananza dei due discepoli che noi perdiamo un po' di vista grazie alla traduzione che parla di chilometri. In realtà è scritto che Emmaus è un villaggio a sette (il numero perfetto per il mondo ebraico) miglia da Gerusalemme, ovvero la perfezione della distanza! Di più... si immerge nella loro tristezza, nella loro cecità, nella loro speranza delusa, nella loro stoltezza e nel loro cuore spento. Penso a queste cose e mi spiego perché non riesco a fare esperienza della Resurrezione: perché non sono capace di tuffarmi, come Gesù invece fa, nelle ferite dei miei fratelli.

Trovo che sia bellissimo il verbo ardere... da un cuore deluso, spento, ad un cuore che arde... avete ascoltato? Conversavano, discorrevano e discutevano: Luca usa tre verbi per dire quale relazione stavano vivendo i due discepoli; ma a far ardere il cuore non sono i ragionamenti. Non hanno detto: finalmente abbiamo capito! Ma hanno detto: abbiamo fatto un'esperienza d'amore! Il cuore ci bruciava dentro!

Il vangelo ci aiuta e ci racconta che il Risorto
- Cammina con noi... si affianca... è una immagine del mio cammino, della mia vita che non riconosce il Signore ma lui c'è!
- Si nasconde in un forestiero (ancora una volta ci parla di un Dio fuori posto...)
- Si fa precedere da testimoni (le donne) poco attendibili
- Ascolta il tuo vissuto
- Apre (non: spiega) per me le Scritture, apre i miei occhi (Luca usa lo stesso verbo in greco!)
- Accende, come dicevamo, il cuore

Gesù ci rivela il volto di un Dio a cui sta a cuore la vita di ognuno di noi, quella di donne e di uomini (i discepoli) impauriti ed in fuga... un Dio che si fa compagno di strada di una umanità piccola, fragile, cieca, disperata. Un Dio che ci invita a fare altrettanto.