Omelia (30-04-2017)
don Luca Garbinetto
Resta con noi, perché si fa sera!

A volte ci sono persone che chiedono perdono perché ‘mi ricordo di Dio solo quando ho bisogno!'. Nel sacramento della riconciliazione, manifestano sinceramente il desiderio incompiuto di instaurare con Lui una relazione più duratura e completa, che raccolga tutti i moti del cuore, e non soltanto quello della necessità. Mi piace di solito scherzare con loro, intento a sminuire il senso di colpa che le caratterizza, sorridendo al pensiero che ‘sarebbe peggio non ricordarsi nemmeno in quei frangenti'.

Cosa c'è di profondo dietro l'invocazione che scaturisce dal cuore angosciato e dall'esperienza dell'impotenza sperimentata in tanti momenti della nostra esistenza, anche banali e sfuggenti? Forse una radicale e inespressa nostalgia dell'Eterno che fa capolino timida ma inarrestabile...

‘Resta con noi', sussurrano quasi incerti i due discepoli giunti ad Emmaus. ‘Resta con noi', pregano il pellegrino straniero, per loro ancora sconosciuto, ma che ha svegliato nei loro animi dis-perati un inesprimibile ardore di vita. ‘Resta con noi': rivolgono queste parole accorate ed efficaci, rinunciando, quasi senza accorgersene, a quel senso di chiusura e di isolamento che li attanagliava mentre percorrevano a testa bassa e borbottando il sentiero che li allontanava da Gerusalemme.

Sulle vie della Galilea, tra le palme di Gerico, sotto i portici del tempio, Gesù aveva ascoltato malati e indemoniati implorare aiuto: ‘Abbi pietà di me, abbi pietà di noi!'. Il bisogno aveva mosso corpi e spiriti a cercare sollievo e guarigione nello sguardo e nella parola efficace di quel Rabbì affascinante con accento del nord. Ora, al Risorto, una nuova invocazione si rivolge, esprimendo senza darlo a notare l'autentica necessità dell'uomo: ‘Resta con noi', significa ansia di presenza, ardore di vicinanza, bisogno di prossimità.

All'uomo che ha sperimentato l'assenza del Cielo non basta più una semplice parola o un pur significativo gesto. La speranza non si alimenta a sufficienza nell'annuncio di compagni di strada e nell'entusiasmo di altri testimoni. C'è bisogno dell'incontro, e della certezza che Colui che riempie la vita di senso non se ne vada più. Gesù, Colui che ‘speravamo' fosse il Messia che ci avrebbe salvato dall'oppressione dello straniero, deve tornare qui per non esserci più straniero e rimanere per sempre in noi, con noi, tra noi.

Questa è la vita cristiana, questo è il sentiero della fede. Da percorrere in salita, invertendo la direzione: da Emmaus, si ritorna su, verso la Città di Dio. Unico bagaglio, un radicale affidamento, che diventa invocazione e supplica: ‘Resta con noi!'.

Questo inno all'abbandono nasce dall'esperienza finalmente riconosciuta e accolta di non poter bastare a se stessi e soprattutto di dover mettere da parte i propri schemi e le proprie categorie. ‘Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto': è il riconoscimento di una condizione di penombra, di una confusione che non permette di possedere la ragione delle cose, di uno smarrimento che è proprio del nostro essere creaturale. ‘Si fa sera', e il giorno rischia di abbandonarci, con la sua luce che ristora e consola, dona visione e sicurezza. Nel momento in cui la si perde ci si rende conto di quanto ci è necessaria.

Così accade a Clèopa e al suo compagno di viaggio, che siamo ciascuno di noi. Partiti con la luce, raggiunti dal Sole, sono incapaci di riconoscerlo. Eppure i suoi raggi toccano il loro cuore, sotto forma di parole infuocate. Nel momento in cui rischiano di doversene distaccare si accorgono che senza quella luce e quel calore sono destinati solo alla notte. Come pochi giorni prima, il venerdì santo, quando nella notte si consumava il dramma della solitudine e dell'isolamento dell'uomo lontano da Dio, capace solo di morte.

Un sussulto, allora, li salva, e ci salva, ogni qual volta non fuggiamo all'esperienza della debolezza, e senza volercela sbrigare da soli volgiamo lo sguardo nuovamente verso il Sole: ‘Resta con noi', non lasciare che vinca la notte, restituiscici l'esperienza dell'alba di vita. Nell'impatto con la nostra abissale povertà, ecco l'opportunità di alzare lo sguardo e levare il pianto: ‘Resta con noi'. Anche se non si sa ancora bene come e di chi, ci si fida. Ed ecco che l'assenza sofferta, bruciante, scavata dentro come inesprimibile mancanza, diviene talamo per una nuova visita dello Sposo, per la venuta dell'Amato che si credeva perduto, per il congiungimento degli animi con il Pastore svelatosi quale Agnello immolato.

Il Risorto vive, ora definitivamente. Vive nell'Eucaristia, che è presenza dell'Assente, intraducibile mistero, amore fedele e invincibile eppure sfuggente e nascosto. Gesù sparisce alla vista, ma rimane nel cuore, come Sole di vita non più esteriore e magico, ma intimo e divino. Il fuoco adesso scalda e muove i discepoli che si alzano, ripartono gioiosi, e ripercorrono le vie dell'esistenza senza temere la notte, perché sanno che mai più resteranno soli.

Questa è la Chiesa dei Risorti, dei battezzati marcati a fuoco dal sigillo della Sua presenza! Non portiamo al mondo annunci di potenza, ma la possibilità di esplicitare l'invocazione più bella che nasce dalla nostra connaturale debolezza: ‘Signore, abbiamo bisogno di te; resta con noi, non te ne andare, perché senza di te abbiamo paura, perché già scende la sera!'. E in questa nostalgia, Lui non mancherà di farsi Presenza!