Omelia (23-04-2017)
don Maurizio Prandi
Una tomba aperta... una casa chiusa

Mi ha colpito molto la traduzione letterale del testo che abbiamo appena ascoltato:
essendo sprangate le porte dove erano i discepoli
cioè il vangelo di Giovanni non fa in tempo a raccontare di un incontro che avviene fuori, nel giardino tra Maria Maddalena e Gesù Risorto, che subito le porte si chiudono, anzi, si sprangano. La casa viene messa in sicurezza. Con la stessa cura usata dai Giudei per chiudere il sepolcro di Gesù (cfr il racconto nel vangelo di Matteo...), i discepoli si chiudono in casa > Il cenacolo, da luogo del pane spezzato, della lavanda dei piedi, della condivisione, diventa una tomba.

Il sepolcro di Gesù è aperto, la loro casa è sprangata e piena di morte (S. Fausti). È un cuore confuso e fragile quello dei discepoli... il vangelo scrive che si trovavano, quasi fosse qualcosa di casuale; come a sottolineare che la loro condizione non era quella dello stare insieme, che non erano in comunione e in questa situazione Gesù visita i suoi: li ha scelti un giorno, ha vissuto con loro per tre anni e il fatto che lo abbiano rinnegato, abbandonato, tradito, non è un ostacolo per Gesù ad amarli ancora e se possibile di più. Si è legato a loro non perché li sapeva i migliori, i più bravi, i più forti... anzi pian piano li ha scoperti sempre più deboli e fragili, bisognosi di lui. Apro una parentesi importante: non si parla di Apostoli qui, ma di discepoli, che è un termine molto più generale... il vangelo allarga, amplia, come dire che in quella paura c'è posto anche per noi, in quel trovarsi disorientato, in quell'incontrare il Signore.

La Maddalena lo cerca, e Gesù si fa trovare... i discepoli no, e allora lui va, di sua iniziativa e ripeto: non è un ostacolo la chiusura... lui entra e visita la notte dei discepoli (ancora una volta il vangelo di Giovanni parla di giorno/buio). Gesù entra e il trovarsi dei discepoli acquista una dimensione comunitaria, con Gesù al centro.

Questo mi pare un momento decisivo per la comunità: forse immediatamente non compreso (infatti otto giorni dopo erano di nuovo con le porte chiuse) ma Gesù mettendosi al centro chiede ai discepoli di fare spazio. Decisivo dicevo, perché se non ci metto Gesù, al centro finiscono i miei presunti guai, i miei lamenti, le mie paure, me stesso. Invece al centro mettiamo il Signore che:

ci viene incontro
ci raduna
ci mostra le ferite
ci dona la sua vita
ci dona il suo Spirito

C'è un modo di raccontare la Risurrezione che non riesce a lasciare un linguaggio che scade nel meraviglioso, fantastico, miracoloso... e il cammino diventa trionfante, dirompente. Il vangelo di oggi invece appare decisamente meno trionfante perché ci parla di avvicinamenti, resistenze, paure, pause... il vangelo di oggi ci parla di un Dio ferito, ferito per l'eternità... non il Dio di una gloria sempre vincente, no! Gesù ci rivela il volto di un Dio delle ferite e in quelle ferite ci invita a riconoscerlo. Dove posso incontrarlo? Dove posso sperimentarlo?

- In questa domenica mi viene detto che posso incontrarlo, insieme a Tommaso, nelle ferite di questo mondo
- Insieme a Tommaso, che in quel primo giorno non aveva sperimentato la comunione con i suoi fratelli, siamo invitati a toccare con mano il Risorto nella condivisione
- Insieme a Tommaso siamo chiamati a toccare con mano il Risorto nel perdono, per tutte quelle volte che non abbiamo creduto, che non ci siamo fidati.
- Siamo chiamati a toccare con mano il Risorto nella sua Parola, in quel Vangelo nel quale sono stati scritti i segni delle ferite, segni, come mi diceva una signora di novantadue anni, più eloquenti di qualsiasi miracolo o apparizione.