Omelia (20-03-2005)
don Mario Campisi
Il tradimento dell'amicizia

Il racconto evangelico della passione di Gesù, e soprattutto lui, sono per il cristiano insegnamento e modello. E' auspicabile che oggi, domenica delle palme, ognuno riconosca nella passione di Gesù la propria "passione". Soprattutto è utile riconoscere nella passione il segno dell'amore di Dio per ciascuno di noi e perciò aprirsi al dono dello Spirito Santo, che viene al credente dal Signore crocifisso e risorto.
Che la sofferenza della croce sia stata terribile per Gesù, è fuori dubbio; e sulla base di altre crocifissioni, nonché dei dati della scienza medica odierna, la si potrebbe anche descrivere. Ma i Vangeli hanno preferito dilungarsi sulla "passione interiore" di Gesù, quella che ha preceduto la croce e l'ha resa possibile.
Quel: "Padre mio... sia fatta la tua volontà!" in bocca a Gesù (mt 26,42) dà uno spessore di inaudita drammaticità al nostro quotidiano, spesso facile e superficiale: "Padre nostro... sia fatta la tua volontà". Anche Gesù avrebbe preferito fare a meno di quella fine, umanamente tragica e ingloriosa: "Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice" (Mt 26,39). E meno male che neppure lui ha giocato a fare l'eroe! La sofferenza è sofferenza, la morte è morte, per tutti.
Né il "fiat" di Gesù fu un "sì" alla morte come tale, alla sofferenza come tale. In se stessa sofferenza e morte, specialmente se cadono sull'innocente e sul giusto, offendono l'uomo e offendono Dio. Il "sì" di Gesù alla propria morte vissuta come donazione totale per la vita dell'umanità.
Quando si soffre, si vorrebbe non essere soli. La solitudine totale di Gesù fu, in lui, un tratto sublime della condiscendenza divina alla solitudine di tutti i sofferenti.
"Non siete stati capaci di vegliare un'ora sola con me?" (Mt 26,40). Nel Getsemani Gesù è solo. I discepoli, invitati a vegliare, si addormentano e non partecipano alla sua passione interiore: una solidarietà ardentemente invocata, una solidarietà puntualmente tradita! Forse però, quella notte, qualcuno vegliava e pregava: a Betania, Marta e Maria in attesa del Maestro... altre donne... Maria.
"Amico, per questo sei qui!" (Mt 26,50). Con queste parole Gesù risponde al bacio traditore di Giuda. Impossibile non ricordare il Salmo 55,13-55: "Se mi avesse insultato un nemico, l'avrei sopportato... Ma sei tu, mio compagno, mio amico e confidente; ci legava una dolce amicizia, verso la casa di Dio camminavamo insieme".
"Non conosco quell'uomo" (Mt 26,72.74). E' quanto dice Pietro, che prima "aveva seguito da lontano" Gesù e poi "era entrato nel palazzo di Caifa... per vedere la fine" (Mt 26,58).
L'apostolo rinnega "davanti a tutti" il Maestro, "giura e impreca" di non conoscerlo. Ovviamente, non gli era riuscito mantenere un'aria distaccata! Così vanno a finire le calorose, istintive nostre promesse di fedeltà. Pietro imparava a sue spese quanto fossero vere le parole, un giorno pronunciate: "Signore, allontanati da me che sono un peccatore" (Lc 5,8). A Pietro, come ad ogni altro peccatore pentito, non resta che "uscire all'aperto, in solitudine, e piangere amaramente" (Mt 26,75).
Processo camuffato, processo da burla! Tale fu il duplice processo di Gesù, dinanzi al Sinedrio giudaico e dinanzi a Pilato che finì per consegnarlo alla brutalità degli istinti peggiori di una folla scatenata.
Dietro ogni processo camuffato che si conclude con una condanna a morte ci sono sempre "motivazioni vere", ma che debbono restare nascoste... magari fino al giorno in cui si istruiranno "processi di riabilitazione". E' l'amara rivincita della storia! "I sommi sacerdoti e gli anziani, membri del Sinedrio" avevano i loro bravi motivi per volere la morte di Gesù: il suo giudizio lucidissimo e la sua costante opposizione al loro potere antiumano, ai loro privilegi, alla loro doppiezza e falsità, alla loro chiusura consapevole dinanzi alla verità conosciuta.
Nel meditare sulla passione e morte di Gesù non si deve mai scinderle da tutto ciò che le ha precedute. Non si condanna nessuno a morte, per gioco. La follia dei giudici di tanti tribunali illegali che la storia anche recente ha conosciuto, è follia lucida e consapevole, che sa inventare accuse e pretesti nobilissimi in nome della "ragion di stato", persino in nome del proprio Dio.
Lo stesso Pilato, che pur è convinto della innocenza di Gesù, è disposto a cadere in contraddizione e a rinunciare all'obiettività dei fatti, pur di non dispiacere alla folla, pur di evitare la grana di "un tumulto cerscente" (Mt 27,24). Libera il ribelle (oggi lo chiameremmo terrorista politico) e consegna alla morte Gesù. "Non si può rifiutare il Cristo semplicemente: lo si baratta. Ogni rifiuto è una scelta" (B. Maggioni).
Una volta consumata la condanna tutti si defilano, nessuno se ne assume la responsabilità. Giuda è costretto ad ammettere l'innocenza di Gesù: "Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente" (Mt 27,4), e getta via il prezzo del suo tradimento; ma non serve a nulla. Anche i sommi sacerdoti non vogliono "il prezzo del sangue" nel tesoro del tempio. Comprano con quel denaro macchiato di sangue innocente un campo, chiamandolo "campo di sangue".
Quel fazzoletto di terra, destinato alla sepoltura degli stranieri e impregnato di "sangue innocente" si carica fortemente di significati estremamente attuali.
E' la terra dell'emarginazione dove vanno a finire gli "stranieri", considerati tali dall'ostracismo politico, ideologico e persino religioso. E' la terra della schiavitù, in cui vengono condannati gli "stranieri" della famiglia, della patria o delle confessioni religiose. E' la terra che accoglie il sangue innocente di tutti i "martiri innocenti", della cui vita o della cui libertà tutti, chi in un modo e chi in un altro, "si sono lavati le mani" (Mt 27,24).
I sommi sacerdoti e i farisei assicurano guardie a custodia del sepolcro, per evitare il pericolo di un trafugamento del cadavere da parte dei discepoli di Gesù; addirittura, Matteo dirà poco dopo che le guardie furono pagate per sostenere l'idea del trafugamento. Ma in realtà, proprio loro furono i primi testimoni della risurrezione: "Per lo spavento che esse ebbero dell'angelo del Signore le guardie tremarono e caddero come morte", e corsero ad annunciare l'accaduto ai sommi sacerdoti.
Purtroppo, la storia del "cadavere trafugato" continua ad invadere le contrade del tempo umano. Si fa di tutto per rinchiudere e sigillare in una tomba il soffio della vita e della risurrezione, e si veglia a custodirla perché esso non esploda. Se poi la vita infrange i sigilli apposti dagli uomini, si ricorre alla calunnia e alla corruzione, pur di affossarla.
Ma la vita la vince sempre sulla morte. La sfida della risurrezione continua.