| Omelia (20-03-2005) |
| mons. Antonio Riboldi |
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Con Gesù verso la Pasqua E così, seguendo un prezioso cammino quaresimale, ci siamo avvicinati alla grande settimana della storia, quella che la Chiesa definisce "settimana santa"; come a dirci che non sono giorni qualunque, ma sono i grandi giorni in cui Dio, con Gesù, "cambia la storia dell'uomo": da una storia senza senso, dopo il peccato dell'uomo, alla storia di un paradiso a porte spalancate. Un paradiso che ha chiesto a Gesù, Figlio di Dio, l'amore senza confini, che è il dono della vita, per farci entrare anche noi nella Sua Vita. E' la settimana che inizia oggi con il trionfo a Gerusalemme, istituisce nell'Ultima Cena il grande sacramento dell'amore, che è l'Eucarestia, Dio che si fa "briciole di pane" per comporre il grande pane del cielo, a portata di ciascuno di noi, - sempre che lo comprendiamo, lo desideriamo, lo facciamo nostro; si fa spettacolo di amore donato totalmente nel sacrificio della croce, il venerdì santo: fino alla grande veglia della resurrezione. Veramente è la settimana in cui Dio dà divino spettacolo di quanto ci ama. Sempre che noi sappiamo entrare in questo grande ed ineffabile mistero, senza rifiuto per stare fuori, come indifferenti o insignificanti spettatori, perché tutti, ma proprio tutti, siamo chiamati a partecipare. È un dono gratuito da vivere. Siamo pronti a vivere questa settimana 'da desiderosi di santità', mettendo in disparte, per un po' di tempo, quello che ci distrae? Io prego per me, per tutti voi che mi siete stati vicini in questa Quaresima di essere davvero generosi nel desiderio di "entrare nel cuore trafitto di Cristo"; per gustare la grandezza di un amore che si dona per aprire in noi l'azzurro della speranza...come Maria, Giovanni e le donne sotto la croce di Gesù. Ci volle un grande coraggio, da parte di Gesù, per entrare in Gerusalemme il giorno che chiamiamo delle Palme! Sapeva molto bene e lo avevano avvertito anche gli Apostoli, che ormai il "vaso dell'odio" della volontà di togliere di mezzo uno che disturbava o addirittura metteva in crisi un comodo vivere sotto l'egida della cosiddetta religione dei Padri, non si tratteneva più. E' del resto un sentimento, quasi di fastidio di Dio, che si avverte anche ai nostri giorni. Quanta gente, stoltamente, vorrebbe "liberarsi di Dio, che ritengono scomodo". Non si sapeva come, ma gli Apostoli avevano la percezione che questa volta sarebbe successo qualcosa di tragico...ma era lontano dal loro cuore, la tremenda passione e morte in croce del Maestro. Non passava neppure per la loro mente, che si sarebbe arrivati a uccidere Uno che aveva fatto solo del bene. L'aveva detto, sì, Gesù e più volte, senza essere mai capito o creduto, che Lui un giorno sarebbe salito a Gerusalemme e lì gli scribi e i farisei, che Gesù non esitò a definire per la loro falsità, 'ipocriti' 'razza di vipere' 'sepolcri imbiancati' lo avrebbero fatto arrestare, flagellare, condannare a morte e crocifiggere. "E' necessario" - sottolineava sempre Gesù - "ma poi il terzo giorno risorgerò". Chissà con quanta tristezza nel cuore Gesù avrà detto: "è necessario": una tristezza che si rivelerà nell'orto del Getsemani, dove, solo, suda lacrime e implora il Padre ad allontanare quel calice. Ma era una via obbligata, era la sola via per fare salvi noi uomini, troppe volte distratti o indifferenti. Era la meravigliosa via della donazione completa che, sembra un paradosso, forma la gioia di chi la percorre perché ama. Ma questa mattina delle palme, quasi Gesù si diverte a colorare di speranza, di voglia di Dio, e quindi di pace, le strade di Gerusalemme. Cavalca un puledro. Ed è commovente, fino alle lacrime, vedere il nostro Dio, fattosi vicino a noi, uno di noi, passare tra di noi su quel piccolo asino, simbolo del 'ridicolo', come a suscitare gioia, anziché imporre stupore o timore, come facciamo noi a volte. Perché aveva la debolezza del "bambino", che sfidava la voglia di grandezza degli uomini, che è superbia. Eppure Gesù in quei pochi anni aveva dato sempre segni di superiorità divina. Una superiorità che non era figlia della superbia, ma era figlia della Verità, dell'Umiltà, dell'Amore. " Condussero l'asinello - racconta il Vangelo - da Gesù e vi gettarono sopra i loro mantelli ed Egli vi montò sopra. Molti invece stendevano i loro mantelli sulla strada dove passava ed altri delle palme e degli ulivi che avevano tagliate dai campi. Quelli poi che andavano innanzi e quelli che venivano dietro gridavano: "Benedetto Colui che viene nel nome del Signore... Benedetto il regno che viene...Osanna!" (Mc .11,1-10) In queste invocazioni di gioia vi era come una proclamazione di fede: "Credo e faccio festa perché Tu sei il Messia mandato dal Signore. Credo e faccio festa perché in Te e con Te è venuto tra di noi il Regno del Padre. Osanna!" C'è tutta la speranza. C'è la fede delle persone semplici che guardano al Cielo con tanta speranza e Gesù era quella speranza: una fede che vorremmo tutti! Ma Gerusalemme era una città piena di contraddizioni, come del resto è il mondo di sempre, anche il nostro di oggi. Conosceva egoismi, odi, violenza, sopraffazioni ingiustizie. Non c'era posto, almeno in apparenza, per la bontà; per l'amore vero, che sono i veri beni di ogni creatura di Dio, come siamo noi. Gesù, quel mattino, fendeva come una lama, questa coltre di disperazione e di morte e tracciava una scia di speranza, di certezza, di vittoria dell'amore, che poneva come dono all'umanità. Commuove ancora oggi contemplare Gesù, il viaggio di Gesù, su un puledro in mezzo ad una folla di gente semplice e di bambini: una grande predica dell'amore, che conosce chi sa "cavalcare un asinello" "mettersi un grembiule e lavare i piedi dei poveri", farsi servo fino a salire sulla croce per donare vita, resurrezione, felicità, umanità e divinità. Nessuno sa cosa sarà salito sulle labbra di Gesù in quel viaggio di pace tra la gente semplice. Forse il suo sguardo si fermava su quanti, fra pochi giorni, Lo avrebbero strattonato, imprigionato come un delinquente, flagellato, insultato, deriso, fino a farsi beffe, con la crocifissione, con la sola stupida gioia di farsi beffe di lui in croce. Lui era abituato a leggere il cuore degli uomini che incontrava; così come oggi fa con i nostri. Forse il suo pensiero correva ai suoi discepoli che quel mattino partecipavano alla festa, come fosse stata un poco anche la loro festa. In fondo, si sentivano "suoi": senza neppure immaginare che a distanza di pochissimi giorni per paura, caratteristica debolezza della natura umana, sarebbero fuggiti abbandonandoLo per non condividerne la sorte. Forse i suoi occhi correvano al Calvario dove si sarebbe consumato come una torcia che vuole illuminare e scaldare il cuore degli uomini; e può farlo solo Lassù. O forse guardava a me, a voi, che oggi agitiamo le palme e non abbiamo ancora deciso se metterci nelle fila della fiduciosa speranza dei poveri di Cristo che cantano: "Tu sei la mia vita, altro io non ho", ponendo ai suoi piedi ciò che noi abbiamo con la carità; così come non sappiamo mettere ai suoi piedi le nostre manchevolezze, perché ce le tolga con il sacramento della penitenza. O forse non abbiamo il coraggio di fare tutto questo perché Gesù non è ancora diventato la nostra vita, come lo era per quella folla di semplici e quindi preferiamo stare distanti, chiusi alla speranza della pace, sepolti nella disperata certezza che nulla può salvare noi e il mondo. E', fratelli, questo il tempo di schierarci con la gente semplice che con la sua bontà diventa la vera folla di costruttori di pace. Certo, bisogna salire sulla nostra croce ogni giorno. E non è facile neppure accettarla. Scriveva Mon.Tonino Bello nei giorni della sua malattia: "Vedete, vi dico una cosa. Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti, ma non sconfitti, il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l'ossigeno nell'aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte. La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Cristo sorregge il cammino dell'Universo, verso il traguardo del Regno. In questo Gesù è il nostro capo. Bellissimo, stasera sentircelo al centro. Gesù, Lui confitto su un versante della croce e noi confitti, ma non sconfitti, sull'altro versante della croce, sul retro. Gesù, comunque, è in mezzo a noi. E' toccabile. E quando abbiamo bisogno di lui non è necessario urlare: basta chiamarlo, poiché sta appena dietro di noi". E' del resto quello che ci ha insegnato, stupito, nel nostro Santo Padre, profeta della sofferenza come olio per la lampada dell'amore. Quanta gente ha sofferto e soffre e vorrebbe forse stare al suo posto. Ma come Gesù sono certo che lui non cederà mai il suo posto per la bellezza di amare. Riusciremo a capire e vivere tutto questo in questa settimana santa? Prego e ce lo auguriamo. |