Omelia (20-03-2005)
don Fulvio Bertellini
La preparazione e l'esecuzione

Il racconto della Passione si articola in una lunga preparazione, e nell'esecuzione vera e propria della sentenza contro Gesù. Anche solo scorrendola a grandi linee, noteremo come la preparazione occupa il posto preponderante: prima, l'anticipazione da parte di Gesù, con l'ultima Cena e la sosta all'orto degli Ulivi; poi la discussione e il processo, prima davanti al Sinedrio, poi davanti a Pilato. Alla scena vera e propria della crocifissione e morte è dedicata poco più che una pagina. La nostra pietà popolare a volte, pur tenendo in gran conto la contemplazione della Passione, è un po' squilibrata nel soffermarsi solo sui dolori di Cristo; la spiritualità più raffinata invece tende a glissare sullo scandalo della croce, per rifugiarsi immediatamente sulla risurrezione e sulla vita nuova donata dal Risorto. Entrambi abbiamo bisogno di ritornare alla Scrittura, per ritrovare le ragioni profonde della sofferenza di Cristo, e per riscoprire la necessità e l'importanza di tali sofferenze. Solo attraverso la croce si giunge alla gloria della Risurrezione. Il commento di questa settimana è un po' zoppo, come l'autore (mi sono stirato il polpaccio) e si sofferma soltanto su alcune scene, non necessariamente le più importanti. Nel racconto della Passione, come e forse più che nelle altre parti della Bibbia, c'è una ricchezza inesauribile.

Il denaro di Giuda

Giuda voleva tradire Gesù? Si rendeva conto di quel che stava facendo? L'interrogativo sul traditore affascina da secoli gli ascoltatori del Vangelo. L'atteggiamento verso Giuda varia dal disprezzo più totale, alla comprensione, fino all'ammirazione. Giuda è visto da alcuni come un personaggio tragico, prigioniero di un destino ineluttabile, colui che dà veramente avvio al dramma della Passione. E in effetti Giuda è uno specchio: ci accorgiamo che giudicando lui, giudichiamo noi stessi, e che le stesse giustificazioni che troviamo per lui sono quelle che troviamo al nostro peccato... ma proviamo a restare al Vangelo. Giuda consegna Gesù per denaro, si chiede stupito se è lui il traditore, consegna Gesù con un bacio, si pente quando vede che è stato condannato... è il quadro di una persona non completamente coerente con le sue idee, che non si rende conto fino in fondo della portata delle sue azioni. Un po' pensa al suo tornaconto, un po' resta amico e discepolo di Gesù, forse crede che alla fine a Gesù non faranno alcun male... solo quando Gesù è condannato a morte ha la percezione chiara di ciò che ha fatto. Giuda è l'emblema di un agire interessato, non pienamente consapevole, che crede di poter restare impunemente nell'ambiguità e nel compromesso, finché i fatti precipitano e lo travolgono.
Il calice dell'Alleanza
Al contrario, Gesù appare uguale a se stesso in ogni suo gesto. Consapevole della sua missione e obbediente al Padre. E non pretende da noi innanzitutto che noi facciamo lo stesso: sa che sarebbe troppo per noi, uomini fragili e peccatori. La prima cosa che ci chiede è di accogliere il suo dono. Gesù sa che il suo modo di vivere, il suo modo di essere, il suo modo di amare lo conduce alla morte. Ma anche questo è accolto con ringraziamento, con la benedizione, trasformato in gesto di amore: "prendete... questo è il mio corpo... questo è il mio sangue. Ogni gesto della sua vita è offerta a Dio, sacrificio, dono per i fratelli, e questa realtà risplende al massimo nel gesto eucaristico, con cui simultaneamente Gesù annuncia la sua morte, la accoglie, interpreta profeticamente il suo senso profondo, annuncia la sorpresa della risurrezione. Ci sarà un giorno in cui berrà il "vino nuovo" "nel Regno dei cieli".

La spada nel fodero

Il discepolo che estrae la spada non ha capito nulla del progetto di Gesù. Pensa di dover combattere ad armi pari contro le forze negative, di potersi opporre con la sua spada alle milizie che accompagnano il traditore. E' una tentazione forte anche per noi oggi, come Chiesa, che non abbiamo più la spada al fianco, ma il portafoglio in tasca, il conto in banca, le strutture, forse anche il prestigio... è molto facile - ed è una tentazione ricorrente - di trasformare quelli che dovrebbero restare "strumenti" in "armi" da usare contro le forze avverse. Gesù ci raccomanda di essere "prudenti come serpenti" e "candidi come colombe", ma non ci dice di trasformarci da agnelli in lupi. Non possiamo opporre la forza alla forza, corruzione contro corruzione, l'astuzia del Regno contro l'astuzia umana... raccoglieremmo solo i frutti che abbiamo seminato. Solo la via della croce, dell'amore che si dona, è la nostra strategia vincente per il Regno.

Non ho sottratto la faccia...

Gli evangelisti annotano con cura gli insulti rivolti a Gesù. "Ha salvato altri, non può salvare se stesso!". Sono il miglior commento alla Passione. Detti come insulti, si rovesciano paradossalmente nel loro contrario. Anche il cartello di Pilato, che vorrebbe essere affermazione di potere, segno del trionfo dell'imperatore romano, non fa' che confermare la vera identità di Gesù. Tutto ciò che di male viene fatto e detto contro Gesù si rovescia nel suo contrario. Il crocifisso, sfigurato, calpestato, diventa icona della bellezza e della profondità dell'amore di Dio, che ci raggiunge nel più profondo della nostra abiezione. "Scenda ora dalla croce, e gli crederemo!". Ma il giorno dopo, nessuno avrebbe più dato peso alla straordinaria storia di un uomo sceso dalla croce. Tutti avrebbero preteso altri segni, altri miracoli, altre manifestazioni di potenza... oggi invece milioni di uomini si inginocchiano di fronte a colui che è rimasto sulla croce. Tra di essi ci siamo anche noi. Sapremo anche noi restare sulla nostra croce?


Flash sulla I lettura: il percorso di Gesù / il percorso del discepolo

"Il Signore Dio mi ha dato una lingua da iniziati": la lingua, il dono della parola, precede l'orecchio in questo brano. Non secondo l'ordine logico, ma secondo l'ordine esperienziale: si tratta infatti di saper "indirizzare allo sfiduciato una parola", ed il discepolo è catturato da questa missione prima ancora di aver ascoltato e capito pienamente il progetto del Signore. La prima lettura definisce quindi un ambito particolare da cui possiamo aver accesso ad una più profonda comprensione della Passione: la necessità di parlare, di intervenire a favore dei poveri, degli sfiduciati, di chi è stanco...
"Ogni mattina fa attento il mio orecchio": chi è disponibile a servire all'interno del progetto di Dio, scopre ben presto la necessità dell'ascolto. L'ascolto precede l'azione; spesso è l'unica azione possibile; l'ascolto segue la pratica: occorre imparare dalle nostre esperienze. L'ascolto apre vie insospettate di azione. Così è stato per Gesù: che mentre predicava e guariva i malati per le strade di Galilea, e nel cammino verso Gerusalemme, e anche nella città santa, non smetteva di mettersi in sintonia con la voce del Padre.
"Ho presentato il dorso ai flagellatori": solo chi è ubbidiente al progetto di Dio, che ha orecchio per accoglierlo nella sua interezza, può arrivare a scoprire e sperimentare dove ci porta il suo amore per l'umanità, che egli ci invita a condividere. L'autore del testo di Isaia, Gesù, i suoi discepoli, e noi che oggi tentiamo di ripercorrere le sue orme, tutti scopriamo ad un certo punto del nostro percorso che la fedeltà al progetto di Dio ci conduce ad esiti insospettati. Nel nostro testo si parla di flagellazione, insulti, sputi... potremmo chiederci perché è necessario arrivare a questo. Potremmo essere tentati di limitarci a ripetere buone parole, ad ascoltare la voce di Dio. Ed è appunto una tentazione: chi parla a nome di Dio, e ascolta la sua parola, prima o poi si ritrova a dover donare la vita; prima o poi scopre qual è per lui la via della croce.

Flash sulla II lettura

"umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte": tutta la vicenda di Gesù è descritta nei termini di umiliazione e dono di sé, in obbedienza al Padre.
"e alla morte di croce": l'esperienza della croce nel Cantico della lettera ai Filippesi è isolata come il picco, il momento emergente in cui appare la profondità e la radicalità dell'amore di Dio. Un amore che non esita a umiliarsi, a "svuotarsi" (secondo l'accezione letterale del vocabolo greco); eppure, un amore che non è mai cancellato, che donandosi non si consuma.
"Per questo Dio l'ha esaltato": l'amore che si dona non viene sconfitto, ma alla fine trionfa. Non nonostante la croce, ma proprio attraverso di essa.