Fede e pianto, abbracciati insieme
Un altro segno di Gesù, un segno che occupa, nel testo di Giovanni, poco più di un versetto. E se al segno, al miracolo, Giovanni dedica così poco spazio, allora vuol dire che la nostra attenzione deve essere attirata da qualcos'altro.
Importanti mi paiono le varie reazioni di fronte alla morte:
- quella generosamente inconsapevole dei discepoli: andiamo anche noi a morire con lui! dicono;
- quella del lutto, incarnata da Maria, che si ferma in casa, nemmeno va incontro a Gesù, anzi lo rimprovera: se tu fossi stato qui!
- quella di Marta, che dopo una certa durezza dice la sua fede: io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo.
Mi piace che il vangelo di Giovanni ci dia indicazioni diverse sulla personalità di Marta e Maria rispetto alla pagina del vangelo di Luca in cui Marta appare tutta indaffarata e presa da mille occupazioni e Maria sta seduta in contemplazione ai piedi di Gesù. Anche Maria, che il vangelo di Luca ci racconta così radicata, vive qui un momento in cui il dolore e la sofferenza la scavano dentro; ecco che il vangelo ancora una volta ci parla dell'umano, dove la certezza della fede non cancella le fatiche, la certezza della fede non elimina il dolore o l'angoscia di fronte alla morte. La presenza contemporanea del pianto e della fede ne sono una conferma: fede e pianto, abbracciati insieme (A. Casati). Piangono le sorelle, piange Gesù, e questo è fonte, per le persone, di meraviglia e di stupore che riconoscono in quel pianto la visibilità dell'amore.
Dell'umano di fronte alla morte possiamo parlarne anche guardando a Gesù, che ci rivela il volto di un Dio che non rinuncia a confrontarsi con la morte, anzi la attraversa. Di fronte alla morte dell'amico esce tutta l'umanità di Gesù, è un uomo, non un super eroe, e un uomo piange, è turbato, si commuove. Potrebbe mostrarsi superiore alla morte ma non lo fa, è Dio e decide di immergercisi dentro; celebriamo ancora una volta un Dio "dentro": dentro la vita, dentro gli affetti, dentro i dolori.
È sempre significativo ricordare che Betania è un luogo di fondamentale importanza per Gesù: lì c'è quella che don A. Casati definisce come la casa-rifugio di Gesù, un rifugio del cuore. Dio è anche dentro l'amicizia e il segno avviene lì, dentro un'atmosfera, appunto, di amicizia (A. Casati), dentro legami che l'evangelista sottolinea e fa emergere durante tutto il racconto: il tuo amico è malato; Gesù voleva molto bene a Marta e Maria; Gesù si commosse, si turbò, scoppiò in pianto; vedi come lo amava. Il miracolo è dentro questo pulsare di sentimenti e di emozioni. Se da una parte possiamo dire allora che sentimenti ed emozioni rendono possibile il miracolo, dall'altra parte non posso che interrogarmi sulla qualità del mio vissuto sentimentale ed emotivo e sul vissuto sentimentale ed emotivo della chiesa vista la scarsità di "segni" ai giorni nostri.
Le pagine di Vangelo che la Quaresima ci consegna, sotto questo punto di vista appaiono decisive: persone la cui vita è cambiata dall'incontro con Gesù (la samaritana e i samaritani, il cieco nato, Marta Maria e Lazzaro); altri invece impenetrabili, ma prima di tutto perché privi di emozioni, sentimenti, passioni, incapaci di porsi nei panni dell'altro, oserei dire indifferenti verso una umanità che chiede di essere rialzata: l'umanità di una donna "confusa", l'umanità di un uomo immerso nelle tenebre, l'umanità di una famiglia colpita da un grave lutto. (Ascoltavo in questi giorni una testimonianza di una ragazza il cui padre è stato ucciso per errore dalla camorra e per quindici anni ha vissuto nell'indifferenza di una comunità convinta del contrario, del fatto cioè che con la camorra quell'uomo e i suoi cari avessero effettivamente a che fare).
Credo che Gesù chieda alla sua chiesa proprio questo: non siate impenetrabili, non siate analfabeti dell'amore, abbiate pietà cioè coinvolgetevi, siate, una volta di più, misericordiosi.
Ecco il modo di vincere la morte: accompagnando chi sta morendo, commuovendoci, piangendo, stando lì anche sentendosi impotenti. Sembra un paradosso ma Gesù ci dice che non è scappando che "vinci" la morte, ma la "vinci" vivendola, attraversandola!
Una chiesa che riesce a fare questo è una chiesa che obbedisce al comando di Gesù: togliete la pietra! Una chiesa che riesce a fare questo è una chiesa che libera e scioglie i fratelli e le sorelle che per i motivi più diversi vedono la loro vita legata, fasciata, chiusa in un qualcosa di molto simile al sepolcro nel quale si è trovato chiuso Lazzaro.
Lasciamoci, come chiesa, sciogliere anche noi allora da quelle bende che ci tengono legati, che ci trattengono, perché il vento della Risurrezione dice Gesù alle due sorelle, è per oggi, non per il futuro: è oggi che abbiamo bisogno di rianimare le nostre forze, è oggi che abbiamo bisogno di riaccendere di vita e di libertà i nostri giorni.