| Omelia (20-03-2005) |
| don Marco Pratesi |
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Passione secondo Matteo Ogni evangelista racconta la passione di Gesù con tratti comuni e sottolineature diverse. Ognuno è interessato più a certi aspetti e meno ad altri, soprattutto in base alla situazione che vivono i destinatari del suo vangelo, che vive la sua comunità. Cerchiamo di mettere in evidenza alcuni punti che interessano particolarmente a Matteo. Egli mette l'accento sulla mitezza di Gesù. Al momento del suo arresto soltanto Matteo riporta le famose parole del Signore: "Riponi la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, periscono di spada". È il momento in cui Gesù vive quello che aveva egli stesso insegnato nella beatitudine della mitezza e nel discorso della montagna: "Fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico: Non resistete al malvagio" (5,38-39). Questo progetto di Dio era già espressa nell'Antico Testamento: "Come dunque si adempirebbero le Scritture, secondo le quali bisogna che così avvenga?" E anche questo è tratto tipico di Matteo: sottolinea che tutto quanto avviene è stato preannunziato nella scrittura di Israele. Ciò rende ancora più grave la cecità del popolo e dei suoi capi, che condannano Gesù. Matteo, e solo lui, riporta l'episodio della moglie di Pilato (27,19) e della lavanda delle mani da parte del governatore (27,24) - due pagani che in qualche modo si rendono conto della sua innocenza -, episodi ai quali segue la famosa scena nella quale il popolo invece si assume la piena responsabilità della morte di Gesù (27,25: "Il suo sangue ricada sopra noi e sopra i nostri figli"). In sostanza Matteo dipinge il dramma di un pauroso equivoco tra Dio e il suo popolo, equivoco per il quale Gesù sarà considerato un Messia da burla, degno di essere deriso, offeso, bestemmiato (cf. 26,68; 27,39.41.44). Fraintendendo le Scritture, un po' tutti, soldati, gente del popolo, capi, malfattori, escludono categoricamente che il Figlio di Dio possa presentarsi in tale condizione di totale inermità, facendosi così portatori della parola di satana: il "se sei figlio di Dio..." delle tentazioni del deserto ritorna puntuale nei loro sbeffeggiamenti (cf. 27,40.43.44). La drammatica incomprensione tra Dio e il suo popolo trova espressione anche nella vicenda della disperazione e del conseguente suicidio di Giuda, che solo Matteo descrive (27,3-9). In mezzo a tutto questo buio però albeggiano già, proprio nel momento della croce, i segni del mondo nuovo che arriva. Matteo accentua questo aspetto parlandoci, solo lui, del segno del terremoto e della risurrezione dei morti, che accompagna la morte del Signore. Il racconto di Matteo è dunque la presentazione di una tragica incomunicabilità tra Dio e il suo popolo. Perché questo aspetto interessa a Matteo? Egli scrive per cristiani che sono ebrei (giudeo-cristiani), che vivono sulla loro pelle questa incomprensione: sono perseguitati dal loro stesso popolo a motivo di Gesù. Ecco, Matteo dice loro: "voi state vivendo quello che ha vissuto il maestro. Ma già nel presente si scorgono i segni del nuovo". Un messaggio anche per noi? Credo di sì, almeno in due sensi: 1. Non siamo tutti più o meno incapaci di interpretare correttamente la croce, ogni volta che essa in qualsiasi forma ci si presenta? 2. Nella misura in cui facciamo esperienza della beatitudine dei perseguitati per il Regno, rafforziamo il proposito di camminare dietro a Gesù tra le persecuzioni del mondo, armati di nient'altro che della incruenta spada della Parola. All'offertorio: Pregate fratelli e sorelle perché questo sacrificio ci metta in comunione con Gesù crocifisso, e sia gradito a Dio Padre Onnipotente. Al Padre Nostro: Come Gesù e insieme a lui, chiediamo al Padre che si realizzi il suo progetto di salvezza, la sua volontà annunziata nella sua Parola: |