| Omelia (26-03-2017) |
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COMMENTO ALLE LETTURE Commento a cura di don Eduard Patrascu "Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi". É quasi una banalità dire che il mondo in cui viviamo è un mondo del visivo, un mondo in cui l'importante è ciò che si vede e appare. In sé, questo desiderio di vedere, questo anelito per la trasparenza non è qualcosa da condannare, anzi, è qualcosa che viene dalla profondità umana, da quella scintilla che Dio ha messo nel cuore dell'uomo. Viviamo pertanto in un mondo dove è molto importante vedere, conoscere tramite la visione, ed è una mancanza grave non poter vedere: rischi di vivere in un mondo irreale, parallelo. D'altra parte però, lo stesso desiderio innato dell'uomo di vedere lo costringe in qualche modo a guardare gli avvenimenti della vita domandandosi: perché succedono alcune cose? Oppure per quale motivo deve confrontarsi con delle altre? Vorrei in ciò che segue accennare a qualche risposta partendo dalla parola di Dio di questa domenica, IV di Quaresima, detta „Laetare", della gioia. 1. Gesù ed i discepoli passando vedono per caso un cieco dalla nascita, probabilmente sul bordo della strada (alla periferia) oppure nei pressi delle porte del tempio (quest'ultima ipotesi è suffragata dal fatto che nel cap. 8, quello precedente il testo di questa domenica, fa capire che Gesù si era confrontato con i capi del popolo nei pressi del tempio). Il testo fa notare che i discepoli - condizionati dalla concezione classica ebraica riguardo a qualsiasi malattia - legano immediatamente la cecità di quel mendicante ad un peccato suo o di qualche parente o antenato. E rivolgono questa domanda a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». La risposta di Gesù è sorprendente: prima dimostra che la domanda dei discepoli - quindi anche la sorgente di quella domanda, vale a dire questo tipo di tradizione - è inadeguata. In altre parole, i discepoli, condizionati dalla mentalità tradizionale, non riescono a vedere solo in apparenza, non riescono ad arrivare al cuore, all'essenza della situazione, una profondità che Gesù vuole far emergere anche se per questo deve stravolgere e addirittura annullare i condizionamenti di questo tipo di tradizione: "Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio". Ciò vale a dire: non tutte le sofferenze sono conseguenze del peccato, ma la sofferenza diventa il mezzo attraverso cui Dio fa vedere che lui c'è e che opera cose straordinarie. E questo schema può essere applicato anche alla sofferenza per eccellenza, cioè alla sofferenza di Gesù in croce, sofferenza che porterà alla risurrezione. Per cui Gesù focalizza l'attenzione dei discepoli verso la direzione giusta. E da qui scaturisce la domanda corretta: cosa vuole Dio trasmettermi attraverso questa situazione che incontro nella mia vita? Non poche volte, la stessa cosiddetta esperienza di vita diventa un ostacolo, ti impedisce di vedere l'essenza della cose, allontanandoti dalla verità. Giobbe, il quale non capiva perché gli succedevano quelle disgrazie - sapendosi senza peccato - attraverso la sofferenza arriverà a dire: "fino ad ora ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno visto". 2. Questo "barricarsi" nella tradizione porta a evidenziare una seconda risposta riguardo alle cause per le quali i contemporanei di Gesù, considerati colti, non riescono a cogliere la provocazione che Dio fa anche a loro. Il cieco viene portato successivamente davanti agli occhi dei i suoi contemporanei. Il testo recita: "lo avevano visto che era mendicante". Dunque, sapevano che era cieco: alcuni cercavano di riconoscerlo, altri di dire che solo assomiglia a quel cieco mendicante che conoscevano. Poi viene portato due volte davanti a coloro che decidevano il contenuto della tradizione, ed il cieco presenta loro semplicemente la sua esperienza sorprendente. Sono tre dettagli semplici che il cieco presenta loro e che, alla fine, diventano piccole tappe verso l'"illuminazione" del cieco: egli è prima incontrato da Gesù, gli viene messo fango sugli occhi e riceve la capacità di vedere. Possiamo notare che il cieco acquista non solo il vedere fisico, ma anche quello profondo. Ciò che il cieco acquista prima di tutto è la dignità: le sue risposte sono intelligenti e dal punto di vista logico ineccepibili. A tutti suggerisce di ritornare al buon senso dell'uomo semplice, che non si lascia condizionare da alcun tipo di associazione mentale trasmesse dalla tradizione, oppure dai gradi accademici o dall'età, condizionamenti che tante volte si dimostrano inadeguate. Una risposta corretta è logica ad una domanda pertinente quando il buon senso dell'uomo non è alterato. Si tratta di quel buon senso che non attenta simultaneamente alla fedeltà a Dio e alla fedeltà all'uomo. Magari è da ricordare sempre - per non perdere il buon senso - che la persona umana è depositaria dell'immagine e somiglianza di Dio, per cui bisogna sempre cercare il Buon Dio in tutte le situazione e le persone che incontriamo nella vita, senza pregiudizi di alcun tipo. Gli ultimi due interventi di Gesù vengono a confermare questi due tentativi di risposta che ho tracciato qui sopra. Dice Gesù: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Ciò significa che Gesù ci dà la possibilità di fare un buon discernimento, tra ciò che merita veramente di essere visto, e ciò che ci blocca nella capacità di riconoscere Dio nella storia della nostra vita quotidiana. Non è difficile notare che ci sono persone che non vedono per il semplice fatto che non vogliono vedere. A questo punto, scatta la domanda: esiste forse in noi qualcosa che blocca il nostro vedere ciò che veramente dovremmo vedere? Siamo anche noi forse un po' ciechi? Cosa non vediamo? Dacci, Signore, la grazia di essere incontrati da te attraverso gli occhi delle persone che incontriamo sulle strade della nostra vita, messe lì proprio da te. Dacci il buon senso di accettare il tuo inviarci a lavarci da tutti i condizionamenti che siano della tradizione, della società in cui viviamo o dai nostri superficiali schemi mentali! Apri, Signore, i nostri occhi perché possiamo vedere nella Croce del tuo Figlio, e nelle nostre croci, il segno più evidente della tua risurrezione e di godere fin da ora della festa della vita che tu rinnovi in ciascun uomo, vita che diventa piena solo quando viviamo in te, solo in te. |