Omelia (09-04-2017)
CPM-ITALIA Centri di Preparazione al Matrimonio (coppie - famiglie)
Commento su Is 50,4-7; Sal 21; Fil 2,6-11; Mt 26,14-27,66

Se dovessimo cercare una parola chiave per questa domenica delle Palme, potremmo trovarla nel termine obbedienza. A chi bisogna obbedire? Ai figli viene detto che occorre obbedire ai genitori; ai credenti di qualsivoglia religione si richiede l'obbedienza ai loro capi spirituali; ai sudditi è imposta l'obbedienza ai loro re o ai loro governanti; ai lavoratori ai loro capi; al popolo ai capipopolo... La storia del mondo è una storia di obbedienza - disobbedienza. La prima premiata, la seconda punita. Ci sono esempi di disobbedienza che hanno il valore sommo dell'esemplarità etica, della testimonianza di fede, come quella di chi rifiuta di obbedire a un ordine ingiusto accettandone le conseguenze. Don Lorenzo Milani, il prete fiorentino mandato come parroco a Sant'Andrea a Barbiana, piccolo comune di montagna nel Mugello, un grappolo di case sparse nel bosco, un giorno - era il 1965 - ebbe il coraggio di scrivere, rispondendo agli attacchi dei cappellani militari contro gli obiettori di coscienza, e guadagnandosi in tal modo una denuncia per vilipendio e per apologia di reato, che "l'obbedienza non è più una virtù". Gesù è stato un uomo obbediente o disobbediente? Forse le letture di oggi ci aiutano a rispondere a questa domanda e a scardinare quella cultura della modernità, imperialista, padroneggiante e arrogante, che ha nell'Io (quello che Pascal definiva "odioso") il padrone a cui obbedire.


Così scrive Paolo alla comunità di Filippi, in uno dei primi grandi testi teologici (al quale è però opportuno affiancare una lettura antropologica) molto importante anche per le possibili implicazioni nei confronti dei temi della coppia e della famiglia:


«Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù, il quale, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio lo ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,5-11).


Gesù non è solo un modello da imitare da parte di ogni cristiano (e di ogni essere umano). Lo sforzo che soprattutto dobbiamo fare - come singoli, come coppia, come famiglia - è quello di interiorizzare (avere, sentire in noi) gli stessi suoi sentimenti. E quali sono questi suoi sentimenti? Ecco: pur essendo di natura divina (cioè pur essendo Dio) egli considerò questo suo essere Dio come un dono e non come un tesoro geloso (ma sarebbe più corretto dire "una rapina"); per questo, come dice il testo greco, eautòn ekénosen, si annichilò, si annientò, si spogliò, spogliò e privò se stesso, si "svuotò" di questo essere uguale a Dio, potremmo anche dire "depose il suo IO", assumendo la condizione di servo, e quindi, in questo senso, venendo riconosciuto come uomo. Il vero uomo, infatti, è il servo di tutti (non lo schiavo, servo di un padrone terreno che lo sfrutta, ma il servo, colui che si mette a disposizione degli altri. La condizione vera di ogni uomo e di ogni donna è il servizio; l'essere umano è il "servo" di Dio e - in termini filosofici e laici - il "servo" dell'umanità: ma le due posizioni a ben vedere coincidono, perché nell'Evangelo l'amore di Dio e l'amore del prossimo non sono disgiungibili. L'amore di Dio è l'amore del prossimo, l'amore del prossimo è l'amore di Dio. E Gesù umiliò se stesso (si "incarnò", cioè, divenne "uomo" e "servo") fino alla morte e addirittura ("e", nel testo che abbiamo letto, ma in latino "autem") fino alla morte di croce, che non è certo la morte che si confà all'uomo, ma è la morte dello schiavo.

Si tratta, come afferma Franco Rodano in Lezioni di una storia possibile, Marietti, Genova 1986, pp. 65-94, di un superamento di quella "ideologia signorile" (che pure staziona ancora dentro di noi) attraverso la proposta di un ideale di uomo "diverso", quindi di una nuova concezione antropologica e teologica di "obbedienza".


Per ogni persona disposta a vivere come Gesù nella ricerca dell'obbedienza vera, non esiste situazione più difficile di quella in cui si deve scegliere se dire "sì" o "no". Perché si può obbedire per necessità, per convenienza, per calcolo, per amore di tranquillità, per timidezza, per paura... Si può obbedire alla lettera della Legge, evitando di entrare nel suo spirito. Si può fingere di obbedire: un'obbedienza formalistica che non farà mai crescere la storia, né lievitare il Regno. In fondo, anche nostro fratello Giuda è stato un obbediente formalista: il Maestro aveva preso una "cattiva" strada ai suoi occhi: Era necessario salvare l'ortodossia; per questo serviva un'obbedienza cieca che si rivelò poi in tutto il suo grottesco tragico. Anche Gesù avrebbe potuto essere un formalista. Avrebbe avuto la possibilità di entrare in Gerusalemme e insediarvisi, come hanno fatto e fanno, molti uomini di Chiesa. Godere dentro di sé per gli onori, per gli "Osanna al Figlio di Davide", e cercare di mantenerli, evitando di scendere agli inferi di Gerico, perché in quella discesa si trovano i feriti della storia con i quali è rischioso avere troppi contatti. Non è difficile smascherare questo modello di obbedienza. Il dramma però è che, per ragioni speculari alle prime, si può essere anche disobbedienti: per aggressività, per il gusto della sfida, per un malinteso senso del rischio, per una sorta di anticonformismo di maniera, per ribellione... Tra questi due poli, tra l'obbedienza formalistica e la disobbedienza aggressiva, si trova la persona adulta, quella che ha interiorizzato non la norma, ma lo spirito della Legge, quello che ci conduce in un cammino per passare dalla schiavitù alla libertà. Per il credente il modello ultimo di questo cammino è il Cristo. Lui che "abbassò se stesso, fu obbediente fino alla morte di croce "(Fil 2,8).


Ma c'è un'altra conseguenza vitale importante: se la condizione "ideale" dell'uomo e della donna è quella di "servi", e se la condizione di "servo" è contraddistinta da una condizione di "limite" (limite di potere, anche di "cultura", impossibilità di accedere ai beni che si desiderano, fragilità...), si comprende come la tensione verso l'Assoluto sia inattingibile se non attraverso la consapevolezza e l'accettazione di questo limite. Come a dire: solo se saremo "servi" gli uni degli altri, solo in una condizione accettata e costantemente perseguita di servizio, potremo cogliere l'Assoluto, tendere a lui dalla nostra stessa condizione di creaturalità.


Ci sono coppie e famiglie forse un po' "scalcagnate", considerate "fuori" della norma, in cui tuttavia l'Assoluto si fa presente perché i loro componenti, magari con grande fatica, sono capaci o almeno tentano - ad imitazione (non sempre e necessariamente consapevole) di Gesù - di vivere questa condizione di servizio reciproco, come possono e come sanno, certo, ma pur sempre fidandosi ed affidandosi a vicenda e scoprendo così a poco a poco la sovrabbondanza del dono. La comunità cristiana non può emarginare queste coppie e queste famiglie, chiudendosi in una sorta di protezionismo spirituale, ma deve stare in mezzo a loro, coinvolgerle, scoprire la ricchezza che esse possiedono. Molte volte ci accorgiamo di non avere parole per il dialogo con esse, ed è allora che possiamo - come era solito dire il cardinal Martini - intercedere, cioè proprio "inter - cedere", camminare in mezzo, che significa incominciare con il vivere insieme con loro, imparando ad apprezzarci a vicenda ancora prima di intraprendere un dialogo esplicito. Se portiamo assieme la croce, la fatica si fa meno pesante.


È la prospettiva annunciata da Isaia: Dio, il Signore, mi ha aperto l'orecchio e io non ho opposto resistenza, non mi sono tirato indietro...(Is 50,5).


A qualunque condizione, come Gesù:"Ho presentato il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che mi strappavano la barba; non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi...(6). E come Simone di Cirene (cf Lc 23,26), il discepolo porta la croce (ogni discepolo porta la sua croce). Così come molte coppie di fidanzati e di sposi portano sulle spalle la loro croce pesante e spesso, come Gesù, inciampano per strada e cadono, per la stanchezza, il dolore, l'angoscia, la fragilità, l'incapacità di comunicare... Gesù è vicino a queste coppie, Lui che ha provato la fatica del cammino, come è vicino ai "malfattori" per i quali si apre una strada di salvezza, e vicina deve essere dunque la comunità cristiana, disposta sempre a fare scelte, anche contro corrente o non comprese, a favore di chi fa più fatica, di chi soffre per situazioni difficili, senza porsi mai su un piano di giudizio e di ammirazione o di autocompiacimento per la sua "perfezione".


La croce non è solo al centro delle letture di questa Domenica delle Palme, è al centro di tutta la nostra vita e della storia. Anzi, è solo partendo da essa che possiamo, a ritroso, ri-leggere e ri-narrare la vicenda di Gesù. Spesso la banalizziamo, la croce di Cristo. Essa non è una croce qualunque, e le croci che ci ingombrano il cammino ai crocicchi delle nostre strade, nei lebbrosari dell'Africa, nelle favelas del Brasile, nei barconi dei profughi, sotto le bombe sganciate dagli imperialismi d'ogni colore, nei luoghi dove vengono appesi e dimenticati uomini e donne d'ogni fede, di ogni razza, di ogni età, nelle case dove vivono coppie in crisi, "irregolari", angosciate... non sono croci qualunque.

Per questo la croce non va mai esibita, non va mai trasformata in oggetto di scandalo, come quelle sugli scudi dei soldati di Costantino, o quelle d'oro e tempestate di pietre preziose portate da molti uomini di Chiesa, o da ricche signore esibizioniste. La croce è una cosa seria. È il caso più serio della vita. Perché è su di essa che il Cristo ha avuto il coraggio di gridare:

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? Perché rimani lontano e non m'aiuti? Perché non ascolti il mio pianto?" (Sal 22 [21],2).

No, Dio non abbandona chi sceglie l'obbedienza a Lui e allo Spirito che Egli ci dona e che plasma la nostra coscienza. L'obbedienza del Cristo è stata una scelta d'amore al Padre e ai fratelli. Davvero la pedagogia del nostro Dio è spesso strana: Egli ci dona la vita attraverso la morte, la ricchezza attraverso la povertà, la gioia attraverso le lacrime, la libertà attraverso l'obbedienza alla sua Parola.

Per questo, anche per noi, come per Gesù, è possibile che venga il momento in cui ci troviamo costretti a scegliere la "fedeltà". Obbedire o disobbedire, allora, potrebbe essere l'atto più onesto della nostra vita.


Traccia per la revisione di vita
1) Che cosa suggerisce oggi alla nostra coppia e alla nostra famiglia la "Passione" di Gesù?

2) Siamo disposti in famiglia a portare reciprocamente le nostre croci, con la "pazienza" di Gesù, cioè con la sua disponibilità a "patire-con" noi?

3) Siamo capaci di cogliere il mare di sofferenza, di fatica e di angoscia che è attorno a noi e a rinunciare ai nostri atteggiamenti superficiali e giudicanti?

4) Sappiamo ricostruire e rileggere a partire dalle croci disseminate lungo il nostro cammino, tutta la nostra storia e la storia di chi ci sta accanto?


Luigi Ghia - Direttore di "Famiglia Domani"