| Omelia (19-03-2017) |
| don Alberto Brignoli |
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Pensieri di una donna samaritana Il primo viaggio di Gesù in Giudea non è stato dei migliori. A parte il fatto di aver instaurato un bel rapporto di amicizia con un fariseo di nome Nicodemo, molto interessato alla sua dottrina anche se timoroso al punto che andava da lui di notte, l'opposizione che incontra nei Giudei e nelle autorità del popolo era dovuta al fatto che quell'uomo così affascinante in poco tempo aveva fatto più discepoli di Giovanni il Battista. Quello, me lo ricordo bene: ci andavamo anche noi al Giordano a farci battezzare da lui. Ma Gesù aveva appena iniziato la sua vita pubblica: tre anni sono lunghi, occorre andarci piano. Allora, con i suoi discepoli, decise di tornare a "ricaricare le pile" in Galilea. E per farlo dovette attraversare la mia regione, la Samaria. A parte che mi suona già strano - ora che ho conosciuto lui - il verbo "dovere" legato ai gesti e alle parole di Gesù: se aveva un dovere, ce l'aveva nei confronti del Padre, non certo nei confronti della gente. Ma ciò che suonò più strano fu l'aspetto geografico del "dover attraversare la Samaria". Per andare dalla Giudea alla Galilea non era certo necessario passare dalla Samaria; risalire dalla Valle del Giordano era la via più comune, e c'era anche chi non disdegnava di passare dal litorale del Mediterraneo, pur di evitare il passaggio nella nostra terra di eretici, separatisti, idolatri e avanti con tutti i "complimenti" dei Giudei nei nostri confronti... Che noi Samaritani fossimo dei bastardi, del resto, non era una novità: nati dalla fusione degli Assirobabilonesi venuti a colonizzare la Samaria dopo la deportazione del popolo, con il piccolo resto dei nostri antenati, per sopravvivere, dovemmo assumere cultura, lingua, usanze e riti religiosi dei conquistatori, senza però dimenticare la nostra origine, in una sorta di sincretismo culturale e religioso odiato e biasimato dai "puri" di Gerusalemme. Gente ai margini, quindi, disprezzata, fuori dalla salvezza: proprio l'ideale per Gesù, che sempre andava in cerca delle situazioni limite, della gente "borderline", oggi voi dite delle "periferie esistenziali". E lui, mica era Giudeo; ma per noi Samaritani faceva lo stesso, era sufficiente provenire da Gerusalemme per essere un potenziale "untore" che infettava di Giudaismo puritano il nostro mondo. Ma perché Gesù "doveva" passare di là proprio quel giorno, pur potendo (e sarebbe stato meglio per lui e per i discepoli) farne a meno? È chiaro che si sentiva "in dovere" di farlo, così come "doveva" fare le opere del Padre suo, così come "doveva" a tutti i costi salvare qualcuno: Gesù "doveva", aveva "necessità", aveva "bisogno" di passare dalla Samaria. Era un bisogno impellente, quasi fisico, come se avesse avuto "sete" di salvare almeno qualcuno del mio popolo; come se avesse avuto "sete" di farci sentire che agli occhi di Dio non eravamo per niente emarginati. La sete che egli avvertì nei pressi del pozzo qui a Sicar non era solo la sete del viaggio, nell'arsura del mezzogiorno: era sete dell'umanità, di un'umanità emarginata, a sua volta assetata di verità e di giustizia. Ed eccola, l'umanità assetata di cui aveva sete: la sottoscritta, che quel giorno va ad attingere acqua al pozzo. Entrambi avevamo sete, e non solo di acqua. Non ci vuole molto a capire che se andavo al pozzo ad attingere acqua in un orario così inusuale per una donna (noi potevamo andarci solo al mattino, per avere il tempo di accudire alla famiglia...chi l'aveva...) probabilmente avevo sete di ben altro: a quell'ora in genere passavano viandanti, pellegrini, beduini affascinanti, e comunque solo uomini. Le mie comari avevano paura a incontrarli: ma che problemi potevo avere io, che di amori vissuti e falliti me ne intendevo alla grande? Ne ho fatti passare sei, mi mancava il settimo per trovare l'uomo perfetto! E, di fatto, il settimo uomo della mia vita mi ha cambiato l'esistenza, ma non certo come speravo io. Mi sono trovata di fronte un uomo che aveva sete, e che quindi non poteva dissetarmi. Un po' strano, come uomo: innanzitutto viene da Gerusalemme, e nonostante questo mi rivolge la parola; poi è uomo, e non è stato certo fine nel "provarci" con me: "Dammi da bere"...aò, calmino! Ma la cosa più strana è che pur avendo sete sostiene di avere a sua disposizione una sorgente di acqua viva: un'altra qualità, rispetto all'acqua di pozzo, attingere la quale tra l'altro richiede fatica, mentre da una sorgente si beve solamente inginocchiandosi o attingendo con le mani. "O è un po' "fuori", questo Giudeo, - ho pensato - oppure è un tipo tosto, molto più tosto del nostro padre Giacobbe che aveva ideato, circa 1700 anni prima, quel pozzo a cui avevano attinto miriadi di generazioni". Beh, un certo fascino ce l'aveva, niente da dire: per cui, visto che voleva ironizzare, sono stata al suo gioco e gli ho chiesto un po' di questa "acqua che zampilla per la vita eterna"! Ebbene sì, era un tipo tosto, anzi, un profeta: era la prima volta che mi vedeva, e tira fuori subito la storia dei miei cinque mariti più uno, dimostrando di esserne perfettamente a conoscenza. Siccome però del tutto scema non sono, allora gli faccio vedere che qualcosa conosco pure io: so bene che il mio popolo di Samaria aveva costruito, lungo i secoli, cinque santuari su cinque colline diverse, e che ora il santuario del Garizim non era riconosciuto come tale dai Giudei. Visto che questo Giudeo sa tutto di amori falliti, forse sa tutto anche di religioni fallite, di "tentativi" di adorare Dio e di rinchiuderlo nella gabbia delle istituzioni, delle regole, delle leggi, delle norme, di una purezza di intenzioni che facciamo fatica a vivere nella vita affettiva, figuriamoci nella vita di fede! Ma sapeste che fascino, quest'uomo: "Dio non è una religione", questo è stato capace di dirmi! Dio non si identifica col tempio di Gerusalemme, né col santuario del Garizim, né con un insieme di leggi, di rituali, di istituzioni più o meno legittime e sante. "Dio è spirito e verità", mi ha detto. "Spirito" perché libero, non riconducibile o inscatolabile in alcun tipo di struttura; "verità", perché tra le tante menzogne e fallimenti della vita di ogni giorno, almeno lui rimane un punto di riferimento sicuro. Alla fine mi veniva da chiedergli se per caso non fosse il Messia che stavamo aspettando, ma mi ha affascinato di nuovo giocando in anticipo e rivelandosi come tale. E sapete come mi ha chiamata? "Donna". Pare che questo termine lo usasse solo con sua Madre, l'unica da lui ritenuta una "vera donna". Poi qualche anno più tardi incontrai un'adultera salvata da lui dalla lapidazione, e una sua discepola un po' "farfallona" di nome Maddalena che mi dissero che chiamava "donna" pure loro. Altro che sgualdrine senza dignità, come ci ritenevano gli altri: lui ci considerava "donne", alla stregua di sua Madre. Avevo trovato davvero l'uomo giusto, il settimo della mia vita: non ho certo buttato all'aria nuovamente quello che con fatica stavo cercando di costruire, in cerca di un amore vero e di una fede genuina. Di certo, mi è entrata nel cuore una gioia talmente grande che non mi sono neppure accorta di aver lasciato la brocca sul pozzo, mentre correvo in paese a chiamare gli amici per annunciare loro che avevo incontrato il Messia. Mi sono pure dimenticata di bere e di dargli da bere: ma a quanto pare, né io né lui ne avevamo più bisogno. Ci eravamo già dissetati a vicenda... |