| Omelia (19-03-2017) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Cristo acqua, verità e vita Massa e Meriba significano letteralmente "prova" e "denuncia" e nella circostanza in cui queste località sono citate avviene effettivamente che Dio viene messo alla prova dal popolo d'Israele, che con la sua impazienza, complice le sofferenze e le atrocità del pellegrinaggio forzato, chiede acqua per non morire di sete. La "prova" in tal caso risiede nell'interrogativo contestuale: "Il Signore è con noi, si o no'"cioè in una sorta di esame, di verifica a cui Dio viene sottoposto onde appurare la sua presenza e la sua onnipotenza. Il popolo manca di fede e vuol provare Dio, accertarsi che davvero ci sia e che operi a loro vantaggio. La versione del libro dei Numeri che riporta lo stesso episodio afferma ulteriormente che, di fronte alla roccia, perfino Mosè dubita della parola divina: "Vi faremo noi forse uscire acqua da questa roccia?"(Nm 20, 10) e questo rafforza l'idea del voler mettere Dio alla prova e di non contentarsi della sua parola promettente. La "denuncia" consiste in una lamentale verso lo stesso Signore che anche nella persona del suo ministro Mosè viene avversato e giudicato. In tutto questo Massa e Meriba sono emblema di negatività, perché in quei luoghi il popolo intendeva mettere alla prova il Signore, saggiare la sua reale onnipotenza e grandezza. Che si possa impetrare a Dio, nella preghiera, qualsiasi grazia spirituale o materiale è legittimo e giustificato e non di rado sottende che il nostro animo è elevato nella confidenza verso Colui che ascolta tutte le nostre invocazioni; mettere Dio alla prova, cioè costringerlo a sottoporsi alle nostre verifiche e ai nostri "test di valutazione" corrisponde invece a "tentarlo" e a mancare di fede nei suoi confronti, quasi come se Lui dovesse rendere conto a noi e non il contrario. Mettere Dio alla prova era stata una delle tentazioni accattivanti con le quali il diavolo intendeva mettere alla prova Gesù nel deserto e denota sempre un'assenza di fede perché fa prevalere in ogni caso la nostra volontà a quella di Dio. Il popolo (leggi qualsiasi credente affermato e convinto) nella circostanza suddetta doveva semplicemente aver fiducia, abbandonarsi alla parola promettente di Dio e disporsi ad agire, in primis il patriarca Mosè, secondo le sue indicazioni senza batter ciglio e senza reticenze. Soprattutto perché Dio voleva concedere non soltanto l'acqua materiale, indispensabile in terra arida per dissetare il popolo e l'intero bestiame, ma anche l'acqua sostanziale della vita. Nella Bibbia infatti la sete non è solamente desidero di prezioso liquido con cui appagare una necessità neurovegetativa, ma anche inconsapevole ricerca della verità, desiderio di universalità nei valori, anelito verso l'assoluto e l'indefinito. L'acqua nella Scrittura indica la sete materiale e l'arsura spirituale del vero di cui soffre senza consapevolezza piena l'uomo di ogni tempo, che cerca di appagare questa carenza attraverso felicità passeggere o verità contingenti e immediate, relegate nel sistema tangibile e dell'esperienza diretta. Dio ci rende edotti invece sulla nostra fondamentale miseria che ci identifica ciascuno assetato di verità trascendentale, ossia di un anelito che prescinde dalla temporaneità e dalla limitatezza. La verità che appaga l'uomo è quella assoluta e eterna e per accedervi occorre il semplice atto della fede e dell'autodonazione. In Cristo Dio fatto uomo l'acqua che estingue la sete ci viene donata definitivamente, perché Lui è la Verità incarnata, l'assoluto che è entrato nel relativo. Nel colloquio con la Samaritana di cui alla pagina odierna, Cristo Verità si colloca dalla parte di chi ha sempre cercato il vero nelle effimeratezze e nelle illusioni, ossia nelle promesse vacue e inconcludenti del paganesimo per proporre egli stesso ciò che è effettivamente Reale in senso assoluto. Cristo Dio fatto uomo, rivelandosi all'uomo lo mette in rapporto con se stesso, gli svela la sua stessa profondità e lo invita a scrutare se stesso perché solo Lui sa (per l'appunto) la verità su ciascuno di noi, ed è quello che effettivamente egli dimostra invitando la donna alla sincera introspezione: "Hai detto bene, non hai marito. Ne hai avuti cinque e quello che hai adesso non è tuo marito." Come nessun altro dei suo conterranei avrebbe mai fatto, Gesù entra in sintonia con la Samaritana perché si sintonizzi in lui e scopra la Verità fondamentale che da sempre sta cercando invano ricorrendo a vie fallaci e gliela offre come acqua da bere. Da bere immediatamente, diremmo anche porta in un vassoio d'argento. Infatti, in nessuna altra parte dei Vangeli si nota che Gesù identifichi categoricamente se stesso come fa con questa donna di Samaria. Le dice infatti: "Sono io che ti parlo (il Messia)". Scrive Heisemberg: "Non sarà mai possibile, attraverso la ragione pura, arrivare a qualche verità assoluta"; Cristo è la verità rivelata che interpella la nostra ragione, come nel caso di questa Samaritana. Si diceva all'inizio che l'acqua è sinonimo di vita, il che è evidente sotto tutti gli aspetti, anche quello biologico e materiale. Nel concedersi a noi risolutamente e senza restrizioni, Cristo diviene Via, Verità e Vita (Gv 14, 6) e solo attraverso di lui si accede al Padre nello Spirito Santo per fare della Verità la nostra stessa vita. Cristo ci si dona come acqua di cui dissetarsi, quindi nel modo più spontaneo e convincente perché possiamo vivere di lui risolutamente e con fiducia. Solo la fede però è la prospettiva che rende possibile il realizzarsi di questa possibilità e fin quando da parte nostra si pretenderà invece di voler tentare il Signore pretendendo che egli si atteggi secondo le nostre preferenze o che ci dia un saggio risolutivo della sua onnipotenza, non soltanto mancheremo nei suoi confronti, ma mancheremo anche verso noi stessi. |