Omelia (13-03-2005)
don Mario Campisi
Lazzaro vieni fuori!

I simboli dell'acqua e della luce, dominanti nella 3^ e 4^ domenica di Quaresima esplodono nel loro ultimo deferente: la vita. Questo avviene nella liturgia di oggi, ultima grande catechesi battesimale, che ci guida a rivivere il battesimo come il grande esodo dalla morte alla vita.
La pagina giovannea ha l'andatura di un dramma che tiene il lettore sospeso per il continuo susseguirsi di contraccolpi. La drammatizzazione del racconto è al servizio d'un insegnamento profondo e articolato. Ad una "indroduzione" (vv. 1-16), seguono "due scene": la prima narra il dialogo di Gesù con Marta e Maria (vv. 28-37), sorelle di Lazzaro; la seconda (vv. 38-44) ci rappresenta Gesù dinanzi alla tomba sigillata di Lazzaro, che comanda: "Lazzaro, vieni fuori!". Infine, la "conclusione" del racconto (vv. 45-54) con il Sinedrio che decide la morte di Gesù. Lazzaro è vivo, Gesù morirà.
Il cammino della conversione approda oggi a una tappa decisiva: è la vita che sfida la morte, la vita che fiorisce là dove il male aveva dominato. Gesù è "risurrezione e vita" (Vangelo, v. 25), e dona a tutti la vita che permane al di là di tutte le morti e le sconfitte.
La voce possente di Gesù che grida questo ordine, "Lazzaro, vieni fuori!", a colui che da "quattro giorni" giace nel sepolcro, è la voce di chi è il Signore della vita, e vuole che tutti "l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10).
Il miracolo è così grande per manifestare tutta la potenza di Gesù e lo scopo della sua venuta tra noi: Gesù è venuto per dare la vita, per vincere ogni morte, per offrire all'uomo la possibilità di una continua risurrezione. Dunque ora non c'è più alcuna ragione per dubitare di lui, del suo amore, dell'interesse che ha verso questa creatura così grande e così misera: l'uomo.
Gesù si commuove, Gesù piange (vv. 33.34) di fronte al dolore generato dalla morte di una persona cara; Gesù non è insensibile alla situazione umana così carica di dolore, di male, di lacrime: non è questo il progetto del Padre, non è questo il senso della creazione uscita dalle mani di Dio ammirato perché "tutto era molto buono" (Gn 1,31). Il disegno originario è stato manomesso dall'uomo che lo aveva sconvolto e rovinato.
Ma il pianto di Gesù significa anche la sua partecipazione al dolore del mondo, il suo entrare nella storia dell'uomo, di ogni uomo e di tutta l'umanità. Il mistero dell'incarnazione dice appunto questa totale immersione di Dio nell'intimo dell'avventura umana sciupata e scardinata dal peccato della sua creatura.
Di fronte a questo atteggiamento di Gesù, si capiscono il valore e il significato del dolore umano, del pianto, dei fiumi di lacrime che gli uomini versano nelle loro amare vicissitudini: non sono solamente uno sfogo disperato né un segno di debolezza, ma anche la reazione a un evento che ferisce profondamente la dignità umana e ridesta il bisogno d'una redenzione.
Si può leggere in questa posizione di Gesù l'indicazione di come essere vicini a chi soffre, di come condividere il dolore altrui: non si chiedono molte parole o affermazioni di principio o dichiarazioni teologiche, quanto invece una presenza silenziosa e partecipe, la condivisione del peso di un avvenimento crudele.
Se Dio è la sorgente della vita, l'"uomo vivente" dice essenziale riferimento a Dio. Possiamo aggiungere che le stesse parabole o simboli dell'"acqua viva" e della "luce", delle due domeniche precedenti, preparino e confluiscano nella parabola ultima della "vita", perché anche questa è una parabola e un simbolo che ci appare nel miracolo della provvisoria risurrezione di Lazzaro. Solo la risurrezione di Gesù è definitiva realtà, che non rimanda ad altro, e quindi è mistero.
Il cammino quaresimale, in un crescendo meraviglioso, dal deserto delle tentazioni ci ha fatto passare per il Tabor, Sichem e Siloe, ma per condurci a Betania, alla tomba di Lazzaro, come a volerci dire che l'"acqua della vita" e la "luce della vita" sono soltanto per "la vita". La "vita", poi, che Gesù fa ritornare dalla tomba viene a rivelarci la pienezza ultima che è Lui: "Io sono la risurrezione e la vita" (Vangelo, v. 25).
Nel cammino quaresimale la risurrezione di Gesù già ci è stata annunciata dalla luce nello splendore della Trasfigurazione (2^ domenica di Quaresima), ora ci viene quasi anticipata dal "segno" della risurrezione di Lazzaro.
Risurrezione dunque è vita e cammino in una vita nuova. Quella vita che portiamo dentro e di cui lo Spirito ne è il principio. Dobbiamo allora venir fuori risuscitati dal di dentro, a somiglianza di Lazzaro. A ciascuno di noi Gesù comanda: "Vieni fuori!". Poi aggiunge: "Scoglitelo e lasciatelo andare" (vv. 43-44). E' un pellegrino di risurrezione.