Omelia (13-03-2005)
mons. Vincenzo Paglia
Togliete la pietra

Il Vangelo ci conduce nel villaggio di Betania, quasi alle porte di Gerusalemme. Gesù aveva qui una famiglia amica, quella di Marta, Maria e Lazzaro. Spesso si recava da loro per riposarsi. Questa volta era venuto perché gli avevano detto che il suo amico Lazzaro era malato. Gesù non voleva stargli lontano, anche se questo poteva comportare per lui la morte. I discepoli non mancano di farglielo notare. Anzi tentarono di fermarlo, una volta saputo che Lazzaro era morto. Che senso aveva rischiare per nulla? Ancora una volta i discepoli non avevano compreso la grandezza dell'amore del Signore, venuto non per salvare se stesso, ma gli altri! Essi volevano tenerlo lontano da Lazzaro, lontano da quell'uomo su cui ormai tutti avevano posto una pietra sopra.

Non possiamo non pensare ai tanti uomini e alle tante donne sui quali ancora oggi è posta sopra una pietra pesante. Talora sono popoli interi ad essere oppressi da una fredda e pesante lastra. Sono coloro su cui grava la guerra, la fame, la solitudine, la tristezza, la disgrazia, il pregiudizio. E queste pietre tristi e pesanti non gravano per caso o per un amaro destino; sono poste dagli uomini; spesso c'è come una gara crudele a scavarsi la fossa vicendevolmente e a rincorrersi per chiuderla con una lastra pesante. I discepoli di Gesù, anche oggi, molto spesso vogliono tenersi lontano, stare a distanza dai tanti Lazzaro sepolti e oppressi. Magari anch'essi come Marta rivolgono a Gesù una sorta di rimprovero: "Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!". È come dire: "Se tu Signore fossi stato vicino, non sarebbero accadute quelle disgrazie", oppure: "Se tu fossi stato accanto a quel popolo, non sarebbero successi tali stermini", e così via. Il Vangelo, in verità, ci dice che non è Gesù a stare lontano, ma gli uomini. E talora si impedisce persino a Gesù di avvicinarsi.

Chiediamoci piuttosto: dove siamo noi, mentre milioni di persone muoiono di fame? dove siamo noi mentre migliaia di persone sono sole e abbandonate negli ospedali? dove siamo noi mentre vicino e lontano c'è gente che muore senza nessuno, che soffre senza che alcuno se ne accorga? e si potrebbe continuare. Ebbene, vicino a costoro troviamo Gesù. Solo lui sta lì accanto, e piange su questi suoi amici abbandonati, come pianse su Lazzaro. Gesù sta da solo davanti a Lazzaro, a sperare contro tutto e tutti. Persino le sorelle cercano di dissuaderlo mentre egli vuol far aprire la tomba. "Signore, già manda cattivo odore, poiché è di quattro giorni", gli dice Marta. Sì! Già puzza. Come puzzano i poveri; come puzzano i campi profughi con centinaia di migliaia, talora milioni, di persone; come puzzano tutti coloro sui quali si abbatte la cattiveria degli uomini.

Ma Gesù non si ferma. Il suo affetto per Lazzaro è molto più forte della rassegnazione delle sorelle; è molto più saggio della stessa ragionevolezza, della stessa evidenza delle cose. L'amore del Signore non conosce confini, neppure quelli della morte; vuole l'impossibile. Quella tomba, perciò, non è l'abitazione definitiva degli amici di Gesù. Per questo grida: "Lazzaro, vieni fuori!". L'amico sente la voce di Gesù, appunto, come sta scritto: "le pecore conoscono la sua voce", e ancora: "il buon pastore chiama le sue pecore una per una e le conduce fuori" (Gv 10, 3). Lazzaro ascolta, ed esce. E Gesù invita gli altri a sciogliere le bende all'amico. Ma sciogliendo Lazzaro "morto", Gesù in verità scioglie ognuno di noi dal proprio egoismo, dalla propria freddezza, dalla propria indifferenza, dalla morte dei sentimenti. Racconta un'antica tradizione orientale che Lazzaro, una volta risuscitato, non mangiasse altro che dolci. Questo per sottolineare che la vita donata dal Signore è dolce, bella; che i sentimenti che il Signore deposita nel cuore sono forti e teneri, robusti e amorevoli, e sconfiggono ogni amarezza e asprezza.