Omelia (13-03-2005)
don Roberto Rossi
Io sono la resurrezione e la vita

Questa domenica ci apre alle prospettive della risurrezione. Cristo è il vincitore della morte. Seguendolo verso il calvario durante queste due settimane sappiamo già che questo cammino ci porterà alla Pasqua, alla sua e alla nostra resurrezione. Già prima di Cristo, il profeta Ezechiele aveva annunciato agli Israeliti la promessa divina di farli risorgere a vita nuova dopo l'amara e dura prova dell'esilio in Babilonia. La promessa divina si compie pienamente con Cristo. La morte è venuta incontro sulla strada di Cristo nella persona del suo amico Lazzaro, e poi nella sua stessa persona, ma Cristo è più forte della morte. E Paolo, scrivendo ai cristiani di Roma, afferma che, se il credente vive secondo lo Spirito che ha risuscitato Gesù, la sua vita è riscattata dalla morte, fatto a cui nessuno può sfuggire.

Abbiamo ascoltato il racconto dell'evangelista Giovanni. Lazzaro, l'amico di Gesù (guardate come l'amava!) è grave, mandano a chiamare Gesù, ma egli si intrattiene ancora due giorni, poi quando giunge trova l'amico già nel sepolcro. Il vangelo riporta il dialogo profondo di Gesù con le due sorelle, Marta e Maria. Le sorelle esprimono tutto il dolore del cuore in questa esperienza dura della morte che è arrivata così prematura nella loro casa, che ha strappato il loro sostegno; nello stesso tempo le sorelle esprimono il loro disagio di fronte al Signore, quasi il loro lamento e rimprovero, perché non è arrivato prima, perché non è intervenuto, perché ha permesso questa morte.

Sono i lamenti, i disagi, le ribellioni, la fatica nella fede di tante persone, di tutti, di noi stessi davanti a questo fatto della morte che arriva nelle case, nelle famiglie, in situazioni e modi diversi, a volte improvvisa, inaspettata, "ingiusta", innocente.

Cristo non si sottrae dall'incontrare il nostro cuore lacerato, il dramma che si consuma nell'esperienza delle famiglie, il trauma che toglie le persone più care, gli interrogativi che tormentano la mente e la vita.

Cristo è venuto e ha voluto incontrare la morte, viverla nella sua esperienza dolorosa della croce; l'ha assunta, l'ha provata tutta, l'ha combattuta e l'ha vinta.

Ha pianto sulla tomba di Lazzaro, ha pianto con quelle due sorelle, ha "gridato" davanti a quel sepolcro, come emetterà un forte grido dalla sua croce. Cristo ha combattuto, ha vinto, ha superato la morte, l'ha trasformata in aurora di vita. "Morendo ha distrutto la morte, risorgendo ha ridato la noi la vita".

Nel dialogo con Marta e Maria aiuta a fare il cammino della fede. Compirà il miracolo, ne è certo perché si affida al Padre che sempre lo ascolta, ma il miracolo lo compie nella fede. Non aspetta che la fede sia provocata e imposta dal miracolo, ma vuole che la fede quasi ottenga quel miracolo e che attenda ogni altro miracolo o dono della bontà e della salvezza del Signore. Sarà la fede che dovrà sostenere la vita di quelle donne, come di tutti noi, di fronte alla morte delle persone care, di fronte a tutte le altre situazioni che la vita presenterà, di fronte all'esperienza, a volte dura, della nostra sofferenza e della nostra morte.

La fede: Cristo ci ha salvati e redenti, Dio ci chiama a vivere nella pienezza con Lui per sempre, Cristo è la luce e la risposta agli interrogativi più profondi del cuore dell'uomo: in Lui trova piena luce l'enigma del dolore e della morte.

"Io sono la risurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore vivrà e chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno".

"Credi tu questo?". E' in questa fede che Marta potrà accogliere il fratello risuscitato, potrà seguire la passione, morte e resurrezione del Maestro, potrà un giorno affrontare la sua morte. Perché Cristo Gesù ha vinto la morte e ha meritato per tutti la vita.

«Io sono la risurrezione e la vita».
La fede in virtù di queste parole viene profondamente trasformata: non è più soltanto una fede nella risurrezione futura dei morti, ma diventa fede in colui che ora è risurrezione e vita. Chi crede, già ora passa dalla morte alla vita. L'eternità comincia già ora.

Il vero problema è perciò quello di vivere intensamente e appassionatamente la vita che ci è data, come creature risorte.
In passato abbiamo troppo collegato l'idea di Dio a funerali, tombe e cimiteri, come se Dio presiedesse solo alla morte e promettesse solo l'immortalità. Con questo risultato: che volendo fuggire la morte, ci siamo messi in fuga anche da Dio.
Gesù invece ci parla di vita, di vita piena, di vita che può rinnovarsi continuamente in unione con lui che è fermento di risurrezione dentro la nostra condizione di morte, la quale può assumere diversi volti: quello della povertà di affetti, della solitudine, della sfiducia, della insignificanza del vivere. «Vivete», ci dice oggi Gesù. «Togliete la pietra che pone un sigillo di morte su tutte le vostre speranze. Riempite la vostra vita di gesti che esprimano amore per la bellezza, amore per la giustizia, amore per il prossimo: perché tutto ciò che è vero, bello, giusto, soprattutto ciò che parla di amicizia e di affetti delicati rappresenta già una vittoria della risurrezione sulla morte. E se volete sciogliere dalla paura della morte qualche persona amica, non spendete parole vuote, ma fate scorrere vita e speranza con la vostra presenza piena di solidarietà e di amore: io sarò sempre accanto a voi perché possiate operare anche voi miracoli di risurrezione e di vita».

«Credi tu questo?», potrebbe chiederci oggi Gesù. Credi che il solo antidoto alla morte è l'intensità della vita?

Per questa fede Gesù si è consegnato alla morte (con il miracolo di Lazzaro ha affrettato la sua condanna) e ha preparato la sua resurrezione.

"Non muoio ma entro nella vita": affermava Benedetta Bianchi Porro.

"Noi sappiamo che siamo passati da morte a vita perché amiamo i fratelli", scrive l'apostolo.

Possiamo ricordare tante persone dal cuore grande, nella fede e nella carità, che hanno affrontato la sofferenza e la morte e l'hanno vinta, sono vissuti da risorti e ora sono nella risurrezione e nella vita per sempre.

Una bambina ha scritto così ai genitori di un suo amico passato all'eternità:
Cari genitori di Francesco, vostro figlio non c'è più e io non posso colmare il vuoto che egli ha lasciato nella vostra vita. Non sono capace di asciugare le vostre lacrime perché ho paura di avvicinarmi al vostro dolore. Francesco era un mio amico: abbiamo giocato tante volte insieme, andavamo sempre nella piazzetta della chiesa, nella parrocchia dove abbiamo fatto la prima Comunione. Ieri ci sono tornata e ho pregato. Ho pregato con una frase che Francesco e io abbiamo imparato a catechismo: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue non morirà in eterno". Perché, secondo me Francesco è vivo, non so come, ma è vivo. Solo questo volevo dirvi abbracciandovi. Leda.