Omelia (13-03-2005)
mons. Antonio Riboldi
Signore, se Tu fossi stato qui…

Credo che tutti abbiamo ancora nella mente e più ancora nel cuore, come una stupenda meditazione quaresimale in cammino verso la Pasqua, la notizia della morte di Suor Lucia di Fatima. La Madonna le aveva fatto visita più volte, insieme a Francesco e Giacinta, ora beati. A lei, gracile donna, la Mamma Celeste aveva fatto carico del pericolo che l'umanità correva per l'affermarsi di un tentativo, tramite il marxismo, di cancellare Dio dalla mente e dal cuore degli uomini, in cambio di "un impossibile paradiso qui in terra". E la gracile Lucia divenne l'anima che scosse il mondo, riportando l'uomo alla sua verità di figlio di Dio, chiamato alla vita eterna con Lui.
Accompagnò l'intero cammino della storia di un secolo. Come se il Manto di Maria volesse coprire di misericordia un tempo che si distinse per tante atrocità. Coprì in modo particolare il nostro Sommo Pontefice, fino a salvarlo dalla morte, dopo l'attentato in Piazza S. Pietro. Quella pallottola, che doveva dare la morte, che Maria non permise, ora è a Fatima, portata dal Santo Padre in una visita, proprio il 13 Maggio: ora è nella corona in capo alla piccola statua.
Poi, come a volerci assicurare che la Mamma dal Cielo ci era vicina, Dio volle che Suor Lucia continuasse a ricordarci l'amore di Maria, nostra Mamma, nel silenzio di una cella di monastero, tanto simile ad un inginocchiatoio sempre occupato. "Sono certo, affermò il S. Padre, che suor Lucia, appena passata da questa vita, avrà trovato in cielo la Madonna che le aveva fatto visita qui in terra, pronta ad accoglierla nelle sue braccia".
La corona del S. Rosario, che porto sempre con me e con cui prego, in una visita alla Chiesa di Coimbra, dove c'è il monastero di Lucia, chiesi ed ottenni che stesse un tempo tra le sue dita, in modo che io con lei continuassi un rosario senza fine.
Credo siano per lei le parole di oggi del profeta Ezechiele: "Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d'Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare il mio spirito e rivivrete, vi farò riposare nel vostro paese, saprete che io sono il Signore. L'ho detto e lo farò" (Ez. 37,12-14).
La Chiesa dopo averci presentato, in questo cammino quaresimale, Gesù come "sorgente di acqua viva", dono di Dio, nell'incontro di Gesù con la samaritana al pozzo di Giacobbe; dopo averci rivelato Gesù "come luce che illumina ogni uomo", nel miracolo del cieco che riacquista la vista; oggi la Chiesa, avvicinandosi la Pasqua, ci fa riflettere sul grande mistero della morte e resurrezione, nel racconto della morte e resurrezione di Lazzaro.
E questo della morte e resurrezione è il punto centrale della nostra esistenza, sotto ogni profilo, quello temporale e quello eterno. Che senso infatti ha questa nostra vita, che sembra rinchiudersi dentro un fragile corpo che, se va bene, conosce le brevi stagioni della nascita, della giovinezza, della maturità e dell'inevitabile tramonto, quando tutti ci rifiutiamo che possa avere veramente una fine? Sono le domande che aiutano la maturità dell'uomo e le risposte che diamo qualificano certamente tutto il modo di vivere. Si può infatti vivere con la certezza di camminare verso Dio nella eternità, una vita fondata sulla fede, sull'amore e sulla speranza. E si può vivere svuotati da ogni senso, tanto da avere come la sensazione di morire giorno dopo giorno per il nulla che si sceglie e che sono l'incredibile filo conduttore delle nostre scelte senza eternità.
Gesù ha dato alla domanda ampia risposta con la sua vita, morte e resurrezione. Ma ha quasi voluto darci una anticipazione nella morte e resurrezione dell'amico Lazzaro. Un amico con cui certamente aveva trascorso tanta parte dei suoi momenti liberi (pochi), a Betania, dove vivevano con lui Marta e Maria: quella casa che Paolo VI definì, nella sua visita, "casa della amicizia": una casa che conserva ancora quella atmosfera oggi. Un amico che Gesù cercava forse nei momenti di gioia e di tristezza, quasi "respiro" alla fatica missionaria tra di noi; un amico da cui non si sarebbe forse mai staccato, ma che avrebbe voluto sempre vicino a Sé, con cui certamente si confidava e confidava la ragione della Sua presenza tra di noi, pregava e scherzava.
Un vero amico del cuore, come le sorelle: amici che quasi "copre nel silenzio", come gioielli da tenere riparati dal pericolo della pubblicità e che si affacciano solo nei momenti cruciali della Sua vita. Mai avrebbe permesso per loro anche solo un "graffio", che offendesse la loro serenità ed intimità. Eppure di fronte all'avviso urgente che Lazzaro, l'amico Lazzaro, stava male, Gesù non dà segno di fretta. Non mostra preoccupazione o ansia. Dirà con semplicità davvero divina: "Il nostro amico Lazzaro si è addormentato e vado a svegliarlo". Segue l'umanissima scena dell'incontro con Maria e Marta, che gli corrono incontro, quasi rimproverandolo: "Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto. Ma anche ora so che qualunque cosa chiederai a Dio, egli te la concederà".
E Gesù: "Tuo fratello risusciterà". Gli rispose Marta: "So che risusciterà nell'ultimo giorno". Gesù rispose: "Io sono la resurrezione e la vita: chi crede in me, anche se muore, vivrà, e chiunque crede in me, anche se muore, vivrà: chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno. Credi tu questo?" Gli rispose: "Sì, Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, che deve venire nel mondo". Poi segue tutto il racconto commovente con Maria che, saputo che Gesù era arrivato, gli si fa incontro e ripete il rimprovero dolce: "Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto". E Gesù quando vide Maria piangere e piangere anche quelli che erano venuti con lei, si commosse profondamente, si turbò e si fece condurre al sepolcro di Lazzaro. Qui si rivela tutta l'umanità di Dio, che sa commuoversi della nostra commozione. E avviene la resurrezione di Lazzaro, con quell'ordine preciso: "Lazzaro, vieni fuori".
Un racconto che contiene tutto il dolore dell'uomo di fronte alla morte, ma anche la grande speranza che l'amicizia non termina con la morte ma continua nella gloriosa resurrezione (Gv. 11,1-45).
Quante volte abbiamo anche noi vissuto la commozione di Gesù di fronte alla morte dei nostri cari. Una commozione che ci ha fatto tante volte dire: "Signore, se tu fossi qui, mio fratello non sarebbe morto". La differenza è che troppe volte il nostro dolore diventa disperazione, quasi una rivolta, perché Dio non ci ha ascoltato: "se tu fossi stato qui".
Abbiamo dimenticato le grandi parole, che sono il centro della vita, della morte e quindi della resurrezione, che Gesù disse a Marta: "Io sono la resurrezione e la vita: chiunque crede in me, anche se muore, vivrà: chiunque crede in me, non morrà in eterno".
Sono la grande rivelazione di Dio che ci dice che la vita, non è solo questo pellegrinaggio terreno ma, se si crede, ha il traguardo della resurrezione. "Credi tu?" Ci direbbe Gesù oggi. Quale la nostra risposta?
Credo facciano bene a tutti le testimonianze di morte e resurrezione di "santi" del nostro tempo.
E' scritto nella biografia del santo Card. Ferrari, cardinale a Milano, che immobilizzato dalla malattia, che lo conduceva per mano alla morte, dette ordine che i fedeli potessero visitarlo sul letto della sofferenza.
E fu una vera processione di fedeli che, nella sua serenità benedicente capivano il mistero della resurrezione. Una processione che certamente era una omelia credibile, gioiosa e senza fine.
E' quasi di "ieri" la lunga malattia e morte di Mons. Savio, vescovo a Belluno. Lo conoscevo come uomo dolce, sorridente sempre, pieno di fervore apostolico, come volesse calcare le orme di don Bosco di cui era discepolo. La malattia lo colse all'improvviso e a nulla valsero le cure mediche. Con immensa sofferenza svolse dal letto il suo apostolato, che si incise fortemente nella Diocesi ed oltre, tanto da essere vera "pista di vita".
Lo amarono immensamente in quel periodo della sofferenza e del sorriso e fu vero maestro. L'incontrai qualche tempo prima, in un incontro ad una comunità della sua Diocesi. Non volle mancare, per l'amicizia che ci legava. Si vedeva ad occhio nudo quanto la malattia lo divorasse. Ma volle essermi vicino per dirmi la sua amicizia. E so quanto bene ha fatto alla sua chiesa in pochi mesi di sofferenza.
E' di febbraio la morte di Mons. Franceschetti, vescovo a Fermo. Fu improvvisa e breve la stagione del dolore. Ma anche lui volle che si aprissero le porte del vescovado perché tutti potessero avvicinarlo, ricevere parole di conforto ed essere benedetti. E la comunità lo accompagnò così verso il Cielo e con Lui la comunità conobbe il bello della resurrezione.
E vorrei, per ultimo, riportare le parole di un altro mio carissimo amico, vescovo che tutti conoscete, don Tonino Bello, vescovo di Molfetta.
Sappiamo tutti della sua lunga e dura sofferenza, che era una predica concreta del Regno dei Cieli.
"Vi benedico - scriveva nell'ultima sua Pasqua - da un altare scomodo, ma carico di grazia. Vi scrivo da un altare coperto da penombre, ma carico di luce. Vi benedico da un altare circondato da silenzi, ma risonante di voci. Sono le grazie, le luci, le voci dei mondi, dei cieli e delle terre nuove, che con la resurrezione irrompono nel nostro vecchio mondo e lo chiamano a tornare giovane. Auguri. Vi abbraccio con grande affetto. Vostro Tonino vescovo. Pasqua di resurrezione 1993".
Hanno bisogno di commento queste realtà? Sono la meravigliosa testimonianza della resurrezione a cui tutti siamo chiamati. Magari le facessimo nostre!