| Omelia (13-03-2005) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Per una cultura dela vita Quali sono le comuni reazioni alla prospettiva della morte? Come ci si atteggia quando si scopre che il nostro trapasso è imminente e che la fine è inevitabile? La risposta pronta ed immediata con cui siamo soliti affrontare tali interrogativi è quella relativa alla paura e al timore: si afferma quasi sempre che l'uomo mostra paura e angoscia quando si trova in prossimità del trapasso e che intenda "farsi amica" la morte attraverso espedienti di varia natura, o di evitare l'appuntamento con essa creandosi illusori spazi di eternità... Tutto questo corrisponde al vero, poiché l'esperienza ci mostra non pochi casi che tratteggiano la situazione appena descritta, ma quello del terrore non è l'unico atteggiamento che caratterizza le reazioni umane sull'argomento morte: vi sono infatti casi (tutt'altro che rari) nei quali la morte la si accetta con serena rassegnazione e risolutezza considerando l'impossibilità di poterla evitare; altri nei quali essa viene invocata e attesa ansiosamente come meta irraggiungibile, vedi tutte quelle persone attempate costrette ad una sedia o ad un letto; altri ancora nei quali addirittura la si procura per se stessi o per gli altri, quale fuga dalle situazioni sconcertanti o dalle oppressioni del quotidiano. Si tratta in quest'ultimo caso dei ricorsi al suicidio e all'eutanasia. Va da sé pertanto che il problema del trapasso è multilaterale e non può essere affrontato in senso univoco, vale a dire considerando il solo timore per la propria vita. E in conseguenza di ciò, è cosa evidente che, piuttosto che di un argomento sulla morte, occorre parlare di una cultura della vita, vale a dire affrontare il discorso in merito al come gestire la propria vita in tutte le circostanze e nelle varie occasioni di felicità o di avversione che ci possano capitare. Solo una reale concezione della vita può infatti farci comprendere il vero senso della morte, e una simile istanza non può essere soddisfatta se non dalla Parola di Dio. In tante circostanze, e specialmente nella Liturgia di oggi, Essa ci induce alla conclusione che è vano e illusorio procedere a tentoni nel voler scoprire il senso della vita per ogni dove, nelle varie proposte delle ideologie e della mondanità, che pretendono di offrire la panacea o l'elisir di lunga vita; piuttosto la vita la si trovca in Colui che ne è l'artefice perché Egli stesso è la Vita, cioè Dio, che nella prima Lettura concede alle ossa inaridite di comporsi nelle membra e animarsi in forza del suo Spirito; che attraverso il profeta Ezechiele medesimo promette al suo popolo che darà presto "un core di carne" perché non vivano nella freddezza e nell'arrogante insensibilità verso i divini moniti per poter morire in anticipo; che nel libro della Sapienza aveva ammonito che "vecchiaia veneranda non è lalongevità, né si calcola dal numero degli anni", onde poter qualificare il vivere di tuti i giorni nella qualità effettiva e non solo nella quantità; e che adesso in Gesù Cristo manifesta di essere "Via, verità, e vita" in una triplice forma: 1) attraverso una pedagogia del dolore e già esposta nel caso del cieco nato "questa malattia è per la gloria di Dio": qualsiasi malessere o infermità fisica, come anche qualsiasi orrore o inquietitudine non avvengono per fatalità o per una gratuita ironia della sorte, ma hanno uno scopo ben preciso: rendere l'evidenza di un Dio capace di soffrire accanto all'umanità, farsi carico dei nostri problemi e intervenire su di essi ora per alleviarli, ora (come nel caso dei miracoli) per porvi rimedio definitivo con il nostro assenso di fede, 2) esternando le proprie lacrime per l'amico Lazzaro, il che equivale ad attreibuire un senso al dolore in casi come questi: è legittimo che si pianga e che ci si avvilisca di fronte alla scomparsa di un nostro caro, ma guai se il dolore si trasforma in disperazione al punto da non farci lottare e costringerci alla resa; 3) attraverso la resurrezione di Lazzaro che attesta alla verità per cui in Cristo tutto vive: il miracolo dell'uscita dal sepolcro vuole infatti anticipare la vittoria pasquale dello stesso Cristo sulla morte e la certezza che tutti vivranno in Cristo, anche al di fuori del corpo fisico mortale, ma allo stesso tempo sottolinea che Cristo è la vita in tutti gli aspetti e in tutti i sensi. In sintesi, Cristo è la resurreezione PERCHE' E' LA VITA; per il fatto cioè che egli costituisce il criterio e il punto di riferimento per la gestione del nostro quotidiano offrendo la risposta ai nostri problemi e predisponendoci di fronte al dolore e di fronte alla possibilità della morte. Vita eterna vuol, dire infatti vita infinita, che riguarda il prima, il durante e il dopo con Cristo. E questa certezza di fede ci incoraggia a spronarci gli uni gli altri nel difendere il dono della vita propria e altrui, anche nelle circostanze in cui sembra perdere il proprio senso e nel soggetto vi sia il senso di vuoto e l'assenza di dignità. Il Dio della vita ci vuole vivi in pienezza. |