Omelia (30-01-2005)
don Bruno Maggioni
Beato chi non si lascia vincere dal male

Gesù non ha soltanto pronunciato le beatitudini, ma le ha vissute. Prima di descrivere l'ideale cristiano, le beatitudini descrivono la figura di Gesù, nei suoi comportamenti e nelle sue scelte. Nella formulazione di ciascuna beatitudine è visibile una tensione fra la prima e la seconda parte. La prima è caratterizzata da situazioni negative (povertà, sofferenza, persecuzione), la seconda da situazioni positive (possesso del Regno, consolazione, visione di Dio). Questo significa che le beatitudini non sono la promessa di interventi miracolosi che hanno lo scopo di cambiare le situazioni attuali. Le situazioni restano quello che sono. Le beatitudini offrono piuttosto un significato nuovo, suggeriscono criteri diversi di valutazione e di lettura. C'è una sfida da raccogliere nelle beatitudini. Se mancasse, parleremmo di ideali, ma non di beatitudini. È la nota della gioia: beati! Quale gioia? Fondata su quale radice? C'è infatti gioia e gioia. La gioia delle beatitudini trova il suo fondamento nella certezza di un futuro felice, in comunione con Dio e dono di Dio, e insieme nella gioiosa scoperta che già ora è possibile pregustare un modo nuovo di vivere. Il mondo pone il fondamento della propria gioia nel possesso dei beni, nel successo, o in altre cose simili. Tutti fondamenti fragili. Il Vangelo invita a porre il fondamento della propria gioia nell'amore di Dio, le cui promesse sono incrollabili e vittoriose, a dispetto di tutte le situazioni di crisi in cui l'uomo può venire a trovarsi. La liturgia mette in primo piano la beatitudine della povertà, come appare dal ritornello del salmo responsoriale, dalla lettura di Sofonia e dallo stesso passo della prima lettera ai Corinti, dove Paolo dice che Dio si serve di quelli che non contano per confondere il mondo. «Beati i poveri» implica certamente un invito a mettere al centro della propria attenzione i poveri. Il povero di spirito è colui che si fida di Dio, attende da Dio, ripone la sua fiducia unicamente in Dio. Come la intende Matteo la povertà di spirito non è riducibile a un astratto e generico distacco dai beni. Al contrario, è un atteggiamento concreto e pubblico, il cui contenuto è determinato dalle beatitudini successive: la costruzione della pace, la fame di giustizia, la misericordia, la limpidezza interiore. Tutti atteggiamenti concreti e attivi. Pur mettendo in primo piano atteggiamenti interiori e spirituali, Matteo non dimentica di invitare a un concreto e coraggioso impegno per la giustizia e la pace.