Omelia (30-01-2005)
mons. Vincenzo Paglia
Beati voi quando vi insulteranno

Con questa domenica inizia la lettura del "Discorso della Montagna", a cui Matteo dà un rilievo tutto particolare. Gesù sale su di un monte, il luogo per eccellenza da cui Dio ammaestra. L'evangelista vuole suggerire un parallelo con l'antica alleanza sancita sul Sinai. Gesù ha davanti agli occhi una folla che lo segue da più giorni. Possiamo immaginarlo mentre guarda quegli uomini e quelle donne: li interroga, li ascolta, ha imparato a conoscerne alcuni anche per nome, ma soprattutto ne conosce le domande e i bisogni. E ne ha compassione. Matteo nota che Gesù, vedendo quella gente stanca e sfinita, sale sul monte e inizia a parlare. Le prime parole sono sulla felicità. O meglio su chi è felice. Non è un discorso scontato. Gesù vuole proporre la sua idea di felicità, la sua via per la beatitudine. Già i salmi avevano abituato i credenti di Israele al senso della beatitudine: "Beato l'uomo che spera nel Signore, beato l'uomo che ha cura del debole, beato l'uomo che confida nel Signore". Quest'uomo poteva dirsi felice. Ebbene Gesù continua su questa linea e afferma che beati sono gli uomini e le donne poveri di spirito (e non vuol dire: ricchi di fatto, ma poveri spiritualmente), e poi sono beati i misericordiosi, gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i puri di cuore, i perseguitati a causa della giustizia ed anche coloro che sono insultati e perseguitati a causa del suo nome. Parole come queste non le aveva dette mai nessuno; e i discepoli non le avevano mai udite sino a quel momento. E a noi che le ascoltiamo oggi paiono davvero molto lontane. Sembrano del tutto irreali. Potremmo anche dire che sono belle, ma certamente impossibili. Eppure, non è così, per Gesù. Egli vuole per noi una felicità vera, piena, robusta, che resiste agli sbalzi di umore e che non soggiace ai ritmi della vita o alle esigenze del proprio piccolo benessere. In verità, quel che a noi sta più a cuore è vivere un po' meglio, un po' più tranquilli. E nulla più. Non vogliamo essere "beati" davvero. La beatitudine perciò è diventata una parola estranea, troppo piena, eccessiva; è una parola così forte e così carica da essere troppo diversa dalle nostre soddisfazioni spesso insignificanti. Questa pagina evangelica ci strappa da una vita banale e ci spinge verso una vita piena, verso una gioia ben più profonda di quella che noi possiamo anche solo immaginare. Le beatitudini non sono troppo alte per noi, come non lo erano per quella folla che per prima le ascoltò. Esse hanno un volto davvero umano: il volto di Gesù. È lui l'uomo delle beatitudini, l'uomo povero, mansueto e affamato di giustizia, l'uomo appassionato e misericordioso, l'uomo perseguitato e messo a morte. Guardiamo quest'uomo e seguiamolo; saremo beati anche noi.