| Omelia (06-03-2005) |
| padre Gian Franco Scarpitta |
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Credere in ciò che si VUOL credere E' risaputo che molta gente manca di fede e si ostina a non riporre fiducia e speranza in Dio per il semplice fatto che da Questi non ottiene una manifestazione straordinaria, vale a dire un miracolo, un'apparizione o un evento soprannaturale qualsivoglia. In casi come questi si è disposti a credere solo in conseguenza di un avvenimento sconvolgente, e questo molte volte si deve ad una formazione catechetica insufficiente o ad una mera impostazione del divino alla stregua di pura idolatria o di religiosità convenzionale; ciò nondimeno tale fenomeno lo si riscontra nella nostra pastorale come ordinario e, in determinati casi, anche comprensibile. Tuttavia, per quanto possa sembrarci inverosimile, le cause della carenza di fede in Dio possono essere addirittura di natura opposta a quella appena descritta: non è raro infatti che vi siano delle persone che si ostinano a non credere NONOSTANTE IL MIRACOLO. Il che avviene esclusivamente quando ci si è fissati su una determinata convinzione ( religiosa, politica o di altra matrice) e la si è abbracciata a tal punto che da essa nulla ci potrà mai scrollare, neppure l'evidenza della sua erroneità e della sua infondatezza, non importa se questa avviene attraverso la realizzazione di un miracolo o di un evento soprannaturale. Non a caso vi è una parabola nei Vangeli nella quale si afferma: "Se non credono nella Legge e nei Profeti, neppure se uno risuscitasse dai morti crederebbero." Sono casi, questi, nei quali ci si ostina a credere in quello che si VUOL CREDERE e qualsiasi pretesto diviene valido per giustificare le proprie posizioni. Tale è oggigiorno il problema delle Sette o dei movimenti religiosi alternativi. Esso non trova le sue radici o le possibilità di soluzione nella teologia o nella dottrina, bensì in determinate convinzioni ormai sedimentate da tanto tempo da parte di un leader o di una struttura sovrastante che non si intende in alcun modo abbandonare e per le quali anche il bianco può diventare nero non importa quale siano le composizioni cromatiche del colore. E tuttavia credere in quello che si vuol credere a tutti i costi è in ogni caso pernicioso, giacché incute mancanza di obiettività e orienta il raziocinio su scelte erronee con disastrose conseguenze. Da qui anche il fenomeno delle crisi esistenziali. Ecco perché la pagina del Vangelo di oggi è abbastanza attuale, nonostante la sua remota composizione: si parla infatti di farisei e dottori della Legge che si ostinano a non credere nelle affermazioni di Gesù; ma quello che suscita maggiore meraviglia è il fatto che non riconoscano il Signore neppure in conseguenza di una Sua guarigione miracolosa, semplicemente perché Egli aveva guarito di Sabato, contro le prescrizioni della Legge di Mosè. Il loro atteggiamento è di affermata ostilità sia nei confronti di Gesù stesso, sia nei confronti del miracolo medesimo, giacché, ai fini di screditare l'uno e l'altro si cimentano su continue e vane indagini ed interrogatori con la sola finalità di smentire l'attendibilità di Gesù. Il loro intento sarà infruttuoso, visto che otterranno l'allontanamento della persona interessata e addirittura fomenteranno delle risse e delle opposte fazioni intorno a Gesù: chi lo accoglierà contro chi lo disprezzerà; tuttavia non si rendono conto che essi sono nell'errore perfino in relazione alla loro stessa credenza religiosa giudaica, la quale riconosceva solo Dio come unico agente di miracoli e di guarigioni, e in virtù della quale avrebbero dovuto riconoscere Gesù almeno come uomo scaturente da Dio. Quello che costituisce tuttavia l'elemento base dell'intera vicenda non è il miracolo in se stesso, ma il fatto che Gesù si propone ancora una volta come "Via, verità e vita", dando a tutti l'opportunità di riconoscerlo in quanto tale; Egli si manifesta in modo convincente in tutte le circostanze della vita, aprendoci gli occhi per una comprensione da parte nostra del suo Mistero; anche nella prospettiva del nostro peccato e della presunta nostra indegnità, Cristo interviene come agente di riconciliazione nonché nostro amico e salvatore: la prima Lettura, che parla dell'elezione a re di Davide, sottolinea la l'importanza della disposizione di cuore e della volontà di familiarizzare con Dio, tutte cose che superano di gran lunga le false concezioni di un Cristo "di parte" o atto condannare. Ma come si diceva all'inizio, molte volte ci si ostina a credere in quello che si vuol credere, il che è deleterio in tutti i sensi, e soprattutto a motivo del fatto che induce a mostrare freddezza e insensibilità nei confronti di quanto ci viene elargito come dono, ossia il Signore stesso e con lui la verità e la vita piena. Non basta che Cristo sia la nostra salvezza e che ci si riveli quale apportatore di gioia e instauratore del Regno; occorre che a Lui si corrisponda nella semplicità e nell'accoglienza, mantenendosi ben lungi dalle congetture di carattere personale ed egocentrico ed essendo disposti a rinunciare alle nostre convinzioni, una volta che lo stesso Gesù ce ne mostra la perniciosità. Altrimenti la nostra vita non muterà mai in meglio, neppure se Egli ci comparisse davanti in carne ed ossa. |